Luca D'Angelo

Postcrypta 2016, Odissea nello spazio: No Man’s Sky

L’astronauta si sveglia su un pianeta a lui sconosciuto.

Ha delle piante attorno, e qualche formazione di roccia. Ripresi i sensi nota un’astronave in pessime condizioni, e decide di cercare dei pezzi per ripararla. A lavoro completato sale a bordo e oltrepassa l’atmosfera, oltre una cinta di asteroidi fino a imbattersi in una stazione spaziale. Qui accetta delle missioni da alcuni esseri, e riprende il viaggio per portarle a termine.

Osserva lo spazio attorno a sé senza la minima meraviglia o stupore. Una voce nella sua testa prometteva qualcosa, e lo aveva spinto ad aspettarsi di meglio. Non ci riesce proprio a stupirsi di ciò che vede. Quelle voci, che gli parlano in lingue sconosciute, iniziaro a farsi via via più chiare. Definite.

Le voci indicano una strada, e forse riesce a vederla.

Alcune scartoffie trovate nel percorso attirano la sua attenzione. Sembrano progetti di macchinari, mezzi di trasporto, strumenti che potrebbero aiutarlo. Non riesce a leggerli. Ma non può arrendersi: la monotonia che ha nel cuore dev’essere spezzata a tutti i costi. Vale la pena trovare qualcuno in grado di farlo.

Decide di stringere i contatti con quelle entità aliene che aveva incontrato nella stazione spaziale. Ci aveva visto giusto: possono davvero aiutarlo a trovare il suo percorso. In poco tempo ha una sua base che si amplia e popola, prende vita e prospera. Uno dei nuovi assistenti gli dona una fotocamera, chiedendogli di usarla spesso nei suoi viaggi. Guardare le foto sarà come essere al suo fianco, sostiene, l’adeguata ricompensa al lavoro che offre.

L’esploratore esce dalla base, determinato a eseguire con serietà il compito affidatogli. Spostando allora lo sguardo dalla macchina fotografica all’orizzonte, si rende conto di cosa davvero lo aspetta. Un potente e antico nemico, l’Atlante, si risveglia ostacolando il suo cammino. È troppo forte, non può affrontarlo da solo. In quel momento delle figure appaiono dal teletrasporto della sua base.

Il prossimo passo deve essere fatto in gruppo.

L’esploratore sale a bordo della sua astronave, seguito dalle persone che avevano risposto al suo segnale. Le ricordava chiaramente: si erano visti in un’Anomalia spaziale trovata per caso in uno dei suoi viaggi. Una stazione la cui forma tonda risaltava nello spazio: il colore scuro riusciva a nasconderne i dettagli, ma se ne scorgeva chiaramente la sagoma. Anche loro, come lui, avevano conosciuto le due entità aliene sotto i nomi di Nada e Polo. Avevano ricevuto da essi un incarico, e dopo un giro di rifornimenti si erano scambiati le posizioni delle reciproche basi.

Chissà come aveva fatto a non vederli, ma fu allora che l’esploratore notò ancor più dettagli dello spazio attorno a sé. Di astronavi ce ne erano parecchie, lo spazio era enorme ma vivo e popolato da creature venute da ogni dove. Eppure lo sapeva, lo avrebbe dovuto notare nell’ammiraglia della propria flotta.

Molto tempo prima avrebbe dovuto capire la portata del viaggio che aveva intrapreso. Ma come poteva, svegliatosi naufrago su un pianeta che non riconosceva. Senza un mezzo di trasporto, senza qualcuno al suo fianco che definisse la sua strada da percorrere. Solo ora, finalmente, capiva tutto.

Capiva le voci e i suoi sogni. Capiva oltre i sogni.

Svegliandomi dal sonno per l’ennesima volta, calpestando il solito stesso suolo verso la solita giornata, qualcosa era diverso. È quando perdi tutto, o non hai mai avuto nulla, che capisci quanto ogni singolo filo d’erba valga. Ogni filo d’erba era diverso dagli altri, ogni creatura che popolava il pianeta fuori dalla mia base era un’esistenza unica.

L’universo in cui vivo è enorme, ma vario. Voglio scoprirlo tutto, conoscerne ogni suo angolo, dettagliarlo nel mio librone e mostrarlo alle persone che incontro. Il viaggio sarà arduo e costellato di ostilità – lo spazio è pieno di pirati, e l’Atlante pronto a difendere la sua tacita egemonia. Ma niente potrà fermarmi.

Voglio essere una sintesi del tessuto di queste stelle.

Mi prostro dinanzi all’ennesimo monolite, nella speranza di comprendere le visioni che usa per parlarmi e che mi ricompensi con un po’ del sapere che custodisce. Solo così potrò raggiungere lo scopo ultimo del mio viaggio: il centro di questo enorme universo. La conoscenza profonda della storia di cui non è che una tela. E finalmente, per fortuna, mi rendo conto che anche negli ambienti più ostili e desolati non devo essere per forza solo.

È incredibile, davvero. Quelle maledette voci ormai scomparse mi avevano ammaliato con promesse che non potevano mantenere. Mi hanno lasciato solo, perso in un mondo di cui non posso nemmeno abbozzare una mappa su un tovagliolo. Un mondo che già esisteva, ma che per qualche motivo sembra aver preso vita solo al mio risveglio. Lentamente, ma inesorabilmente. Salgo su una rupe del mio pianeta, il mio personalissimo punto panoramico, mi siedo e osservo l’orizzonte. Guardo lo spazio, in silenzio.

Lo osservo attonito e penso che tutto sommato dalle origini non è cambiato molto – anche se è tutto così radicalmente diverso. Vedo altre creature muoversi nell’universo, correre in cerca di risorse e costruire le proprie case. Imbarcarsi in una nuova spedizione ogni giorno, aiutando nuove conoscenze a costruirsi la propria di abitazione. Una casa di tante, che lasceranno temporaneamente indietro in cerca di nuove spiagge da esplorare.

Ogni piccola storia prosegue ripartendo dalle origini.

Lascio lo spazio sconfinato. Di botto e senza nemmeno un graduale atterraggio tolgo il casco della realtà aumentata e torno alle origini. Alle origini della mia visione, tra le quattro grigie mura che delimitano lo spazio di un’abitazione. Perché in origine c’era esattamente questo – un giocatore, che vive e racconta una sua storia. Un giocatore che ha iniziato un viaggio proprio quando No Man’s Sky ha iniziato il suo.

A capo della questione è cominciato tutto dalle promesse di un giocatore come tutti, che ha deciso di porre le basi per milioni di storie tutte diverse. Aveva un’idea enorme, talmente enorme che non si è accorto di poter concretizzare una vaga metà di ciò che aveva in mente. Così gli è crollata addosso. Ma i pezzi erano lì, e bisognava ripartire. Quanto ricostruito ancora oggi si sta evolvendo, e ha creato una community attorno a sé.

No Man’s Sky è l’esempio perfetto di qualcosa che potremmo chiamare “gamer dream“, sulla falsariga del cosiddetto “American dream”. I giocatori si trovano inevitabilmente tutti a sognare di poter dar vita al proprio gioco un giorno, finché non si rendono conto di quanto duro sia.

Qualcuno ci prova e ne esce a pezzi, decidendo di lasciarli lì e magari ingiuriarci sopra. Altri, invece, guardano i propri cocci a terra e si rendono conto di non poter permettere ad altri calpestare quei frammenti di cuore.

No Man's Sky è una creatura ricostruita dai pezzi. Ironicamente, come all'inizio del gioco.

Nel 2013 qualcosa scuote le fondamenta stesse del mondo dei videogiochi. Un uomo con alle spalle la sua compagnia indie annuncia che ha intenzione di generare un intero universo all’interno di un gioco. Un mondo procedurale, generato così simil-randomicamente da essere realisticamente sconfinato. I giocatori potranno incontrarsi sugli stessi pianeti, ma le possibilità saranno universalmente basse. Visitare pianeti scoperti da altri, guardare le stesse specie di piante ed animali.

Tutto questo è possibile, ma quante probabilità ci sono di partire da un punto x per trovarsi nello stesso momento di un altro giocatore su un altro tra 18 quintilioni di pianeti?

Sean Murray ammalia i giocatori con No Man’s Sky, la sua promessa di un Minecraft ma molto più bello – perché più fotorealistico, perché nello spazio, perché disastrosamente e assurdamente sconfinato. Ma nel 2016 al rilascio del gioco le cose stanno molto diversamente. No Man’s Sky si guadagna un altro titolo: quello di gioco più rivenduto nella storia immediatamente dopo il day one (fino a quel momento). Tante sbrilluccicanti promesse, oro colato che in realtà non era altro che acqua colorata in slow motion. Questo abbiamo pensato.

Una incessante bufera, in cui il team indie sembrava spacciato. Come può qualcuno riprendersi da un fallimento simile? Eppure è lì che è iniziata una storia. Una molto simile a quella di No Man’s Sky, dove un astronauta si sveglia su un pianeta sconosciuto e inizia a raccogliere lamiere per riparare un’astronave rotta.

Sono passati 4 anni da quel lontano 9 agosto 2016 – una data che per molti, compresa Hello Games, ha segnato il frantumarsi di un sogno. La dura realtà ha colpito severa, e solo pochi sanno rialzarsi e rimettere insieme i pezzi. Quasi sei anni dopo siamo qui, qualcuno ancora arrabbiato per le promesse infrante e ferito nell’animo. Ecco, se solo sapessimo leccarcele quelle ferite potremmo dare un’altra opportunità a questa creatura.

Che merita, merita almeno un’altra occasione. No Man’s Sky è un cielo di tutti e di nessuno, che con il cielo condivide il fardello della visibilità. Tutti possono vederlo, ma non tutti decidono di consultarlo e imparare da esso. Eppure non c’è nemmeno bisogno di un casco per la realtà virtuale.

Anche se poterlo vivere in VR vi farà rimpiangere di essere tornati sulla Terra.

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