Ilaria Celli

Speciale L’astronauta sul mare di nebbia

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
[...]

Colui che viaggia da un luogo all’altro, da una civiltà all’altra, talvolta consapevole del luogo che può chiamare casa, e talvolta portato a identificarla in pochi oggetti o persone, o a non trovarla in alcun dove. Nell’immaginario collettivo, il viandante è colui che affronta un viaggio da cui potrebbe non fare ritorno, spinto dalla fame, dalla necessità, dalla ricerca di qualcosa; e questo viaggio, quando portato dalla ricerca di sopravvivenza, dilania l’animo e porta all’angoscia, alla paura di un futuro che si cerca freneticamente di afferrare con quel poco di unghie che sono rimaste attaccate alle dita.

Consapevole di guidare la prima carovana di viandanti verso un nuovo mondo, affrontando il vuoto dello spazio, il pianeta Terra alle sue spalle. Charlie è l’astronauta che in Golf Club Wasteland ha condotto l’umanità su Marte, e che ora vaga su un pianeta desolato, pensando a coloro che, alla fine, non è tornano a prendere. Pensava di riuscire a tornare a portare in salvo tutti, invece non ce l’ha fatta. E ora, il primo viandante vaga su un cimitero privo di tombe su cui piangere.

il viandante arrivò sulla cima e il mondo non c'era

La letteratura, così come anche la pittura, è sempre stata testimonianza della fascinazione che l’essere umano ha per la figura di chi viaggia. Dopotutto, siamo esploratori, siamo curiosi, e siamo attaccati alla vita anche, paradossalmente, a costo di perderla. Nell’Ottocento, il romanticismo fa di questa figura uno dei cardini su cui costruire la propria espressione. I romanzi, le poesie e i quadri diventano il palcoscenico del “wanderer”, del viandante che costruisce il proprio cammino non verso un luogo fisico, reale e tangibile, ma lungo una ricerca di sé. È un viaggio verso la ricerca di un qualcosa che non esiste materialmente, di cui percepisce solo un’eco che non è un grado di definire.

Una delle opere più note a espressione di questo sentimento è Il viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich, realizzata nel 1818. E mentre sta per prendere la pallina dall’ennesima buca completata con faticosa inerzia, Charlie sembra tramutarsi nel viandante di Caspar.

L’espressione del sublime

Edmond Burke disse: «Tutto ciò che può destare idee di dolore o di pericolo, tutto ciò che è in certo modo analogo al terrore è una fonte del sublime; è ciò che produce la più forte emozione che l’animo sia capace di sentire. Il terrore è l’emozione sublime per eccellenza». Il sublime è ciò che sta al limite, che apre all’infinito. Il dipinto di Caspar si pone come tentativo di rappresentare questo sublime, e così come manifesto della cultura romantica.

Il viandante si erge su una sporgenza e si affaccia a una natura sconfinata, che lo domina nella sua immensità. Un limite composto da elementi visibili e da altri nascosti sotto una coltre di nebbia. Il viandante rimane immobile di fronte a questo mare indefinito, con l’anima inquieta, in uno stato contemplativo di totale ammirazione e paura. Egli è consapevole di essere alla ricerca di qualcosa che non è in grado di raggiungere, mentre piccolo e insignificante si espone alla natura.

[...]
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell’irato Poseidone incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
[...]

Il mondo, la natura che si mostra e si cela alla vista del viandante è il suo presente – la natura di cui egli stesso fa parte, e di fronte alla quale lui è semplicemente un essere minuscolo e impotente –, è espressione di sé – della parte di sé che egli deve e vuole cercare, e che forse non troverà mai – e, infine, è il futuro, è manifestazione del limite ultimo che un giorno sarà richiamato a valicare per abbandonare questa vita verso un ignoto di cui solo Dio conosce le sembianze.

mulini a vento che hanno smesso di essere giganti

Sulla cima di quello sterile edifico, Charlie non vede tutto questo. Non c’è una natura che lo avvolge, o la visione di quel luogo che è opposto all’esistenza; di fronte all’astronauta squarciano il mare di nebbia i siti di lancio vuoti, con le rampe ancora illuminate. E, in questo deserto, svetta una navicella mai partita.

Paesaggi radioattivi e insegne al neon rotte. Di fronte a questo infinito – mentre la voce dello speaker radiofonico ripete il suo nome e lo invita a far sentire la sua voce all’umanità che gli deve la vita e, indirettamente, anche il dolore che provano – Charlie non mantiene lo sguardo fisso, non tiene una postura alta, indietreggiando forse leggermente con il piede; Charlie si toglie il casco e si accascia a terra, rannicchiandosi.

Non c’è contemplazione, ammirazione, paura o meraviglia, ma solo una presa di coscienza degli errori compiuti e un rancore alienante. È la sensazione di vuoto e di annichilimento di chi realizza una tragedia quando questa è ormai avvenuta, sapendo che si sarebbe potuta evitare. La sofferenza interiore che prova, la nostalgia che sente, Charlie sa definirla perfettamente.

Viandanti

[...]
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta
[...]

Siamo tutti viandanti, in effetti. Anche in questo universo, su questo luogo che chiamiamo casa e che è “errante” per definizione. Presto, i viandanti che vagheranno per questo pianeta in cerca di un luogo in cui poter sopravvivere, scappando da una natura che reagisce a secoli di abusi, aumenteranno ancora di più. E, alla fine, saremo tutti viandanti.

L’umanità su Marte è un’umanità già estinta. Dalle voci che fuoriescono dalla radio, il quadro che appare è quello di un insieme di corpi che si muovono per inerzia e per istinto. Drogàti, bombardati da frasi pubblicitarie e da comunicati istituzionali che spingono alla gioia e a una positività forzata; vivete, ricordate la Terra, siate felici di essere vivi, ricordate di riciclare l’urina e di non fare la doccia per più di 20 secondi, non parlate dei morti, pensate che siete vivi, siate felici, ricordate di rispondere alla chiamata per gli appuntamenti di riproduzione per la salvaguardia della specie, siate felici.

Morire sulla Terra era meglio che vivere su Marte

Non c’è più speranza per l’essere umano. Non c’è redenzione, comprensione o evoluzione. Tra le macerie di una sovraurbanizzazione collassata e fabbriche stracolme di prodotti abbandonati; tra vie allagate da acqua cangiante e i rifiuti incastonati nel terreno saturo, coperta da una foresta di antenne satellitari che sembrano avvolgere i balconi come edera color argento e ruggine, la natura sulla Terra sta andando avanti; la vita ha trovato come sempre il modo di essere. Piante, animali, tutto piano piano torna a riconquistare quegli spazi. Noi però non ne facciamo più parte. Siamo un gruppo di viandanti che ha intrapreso un viaggio disperato, aggrappandosi al puro istinto di sopravvivenza, che ha preferito abbandonare la propria casa quando ormai era troppo tardi piuttosto che cercare di salvarla quando ne aveva l’occasione.

E ora siamo le larve vuote di ciò che eravamo.

[...]
Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
[…]
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

E voi, state facendo tesoro di ciò che il viaggio verso Itaca vi sta donando?

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