Che i videogiochi non fossero beni acquistabili tramite il Bonus Cultura, o 18app, è un fatto noto. Si è tornato a parlare di questa cosa grazie alla truffa -perché di questo si parla- venuta a galla qualche giorno fa. La questione è ovviamente insindacabile, quello che ha fatto la società di Jesi e i ragazzi che hanno aderito alla frode è, a tutti gli effetti, illegale. Non si scappa da questo punto.

Per chi non sa di cosa stiamo parlando, il Bonus Cultura è un buono di 500€ esentasse che viene erogato ai neo-diciottenni, destinato all’acquisto di libri, musica e biglietti per musei, eventi, concerti cinema e teatro. I videogiochi non sono compresi. Nella truffa, oltre ai videogames, i ragazzi hanno comprato computer, smartphone, console e tablet. Insomma, decisamente fuori dagli scopi per i quali viene erogato il suddetto buono. Stiamo parlando di una cifra totale che si aggira attorno al milione di euro.

Lo ripetiamo, perché vogliamo essere chiari. Questa è una truffa bella e buona e come tale va punita e perseguita. Allo stesso modo, a finire sul banco degli imputati sono stati, ancora una volta, i videogiochi. Nessuno ha puntato il dito contro Apple o contro Asus, per dire. Ovviamente, perché i videogiochi fanno molto più notizia e, soprattutto, perché ultimamente sono il capro espiatorio di tutte le malefatte giovanili. L’alcol non va più di moda

Questa è una truffa bella e buona e come tale va punita e perseguita

videogiochi bonus cultura
Arte giovane Il videogioco è ancora un’arte molto giovane, tanto che in molti faticano ancora a considerarlo tale. Ma poi vedi Transitor e piangi. Allora, forse, qualcosa di più c’è…

Questa volta però, dalla stampa si sono levate diverse voci in difesa del medium. Anche da quella generalista, di solito meno pronta a schierarsi dalla parte del controller. E questo sicuramente a chiunque abbia la passione per i videogiochi, non può che fare piacere. Tuttavia, in questo articolo non vogliamo stare qui a dirvi quanto il nostro caro medium possa essere cultura al pari di molti altri. Né vogliamo dare una definizione di cultura in senso ampio. Per questo ci sono quei brutti e cattivi ragazzi di Gameromancer , che non perdono occasione per ribadire quanta arte e quanta cultura ci sia nel videogame. O anche l’ottimo articolo de La Stampa.

Oggi noi in questo pezzo vogliamo cercare di capire perché i videogiochi siano fuori da questo Bonus Cultura. Mettendoci però nei panni di chi quella legge l’ha fatta. Cercando di capire dunque la ratio che sta dietro questi 500€ dati a quelle persone che hanno appena acquisito il diritto di voto.

Come al solito, partiamo dai riferimenti. Che in questo caso sono normativi. Si tratta cioè, principalmente, della legge n. 208 del 28 dicembre 2015 e del dpcm (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) n. 187 del 15 settembre 2016. Sappiamo che non è abitudine vedere questi termini in un articolo che parla di giochini (come li chiama qualcuno), ma non preoccupatevi, non scenderemo nel tecnico.

Al museo Art Ludique di Parigi hanno dedicato una sezione a Dishonored. In Italia, lo stato esclude i videogiochi da Bonus Cultura.

La legge 208/2015 (art. 1 commi 979-981, per chi volesse approfondire) è quella con cui si è creato questo famoso Bonus Cultura. Che per altro non si chiama così, nel testo della legge. Al solito, il nome è stato dato dalla stampa e dai politici, che devono semplificare. Il dpcm 187/2016, invece, contiene le misure pratiche del funzionamento di questo incentivo. Fino a qui, tutto chiaro. Ma cosa c’è scritto in questa legge?

La ragione ideologica…

Senza ammorbarvi con un fiume di parole scritte in burocratese, c’è qualche passaggio che vale la pena sottolineare. Il primo è questo: “Al fine di promuovere lo sviluppo della cultura e la conoscenza del patrimonio culturale, a tutti i cittadini italiani […] è assegnata, nel rispetto del limite di spesa di cui al comma 980, una Carta elettronica.” In questo passaggio si vede che lo scopo del legislatore non è solo quello di promuovere la cultura in senso ampio, ma anche del patrimonio culturale.

L’Italia ha un immenso patrimonio storico-culturale, un patrimonio pregresso ed esistente, che i giovani (ma anche i meno giovani, diciamoci la verità) tendono a non valorizzare più. Ovviamente, uno Stato che si rispetti cerca di agire sui ragazzi, invogliandoli in qualche modo ad aumentare il proprio bagaglio di conoscenze culturali.

I videogiochi, però, sono un mercato in crescita e la loro diffusione è sempre maggiore. Sarebbe controproducente dare loro un bonus per acquistare qualcosa di cui già normalmente farebbero uso. Verrebbe meno lo scopo della scoperta (o riscoperta).

Super Mario è più iconico di Madonna. Se non è un fenomeno culturale questo…

Il secondo passaggio da sottolineare riguarda sempre la legge 208/2015, e si trova proprio poco più sotto il pezzo che abbiamo evidenziato prima: “La Carta […] può essere utilizzata per assistere a rappresentazioni teatrali e cinematografiche, per l’acquisto di libri nonché’ per l’ingresso a musei, mostre ed eventi culturali, monumenti, gallerie, aree archeologiche, parchi naturali e spettacoli dal vivo.” Questo elenco specifica in maniera chiara e precisa cosa può essere acquistato e cosa no con il Bonus Cultura, lasciando fuori (appunto) i videogiochi. 

Ancora una volta, non si parla di cultura in senso ampio, ma si stabiliscono dei paletti piuttosto precisi, si incasella la Carta data ai ragazzi in determinate categorie. Perché non si tratta di 500€ che lo Stato regala ai cittadini come bonus per essere diventati maggiorenni. Non è la busta con i soldi della nonna per il compleanno. È un sussidio ben preciso. Anche se molti adolescenti non saranno d’accordo, avere un bagaglio culturale ampio è importante. Persino al costo di smazzarsi qualche noioso museo che sa di muffa

E quella pratica.

Parlando invece del dpcm, quel testo che spiega con precisione (più o meno) come deve essere utilizzato il bonus, c’è una parte molto importante che riguarda le aziende o gli enti che possono registrarsi per poter accettare il bonus cultura. Si tratta di associazioni, musei, librerie, servizi di ticketing. Appare chiaro, leggendo quel testo, che una società che distribuisce o produce videogames non sia adatta a registrarsi per il Bonus Cultura. Per dirne una, Sony produce elettronica di vario tipo. Non rientra nelle categorie giuste (che sono identificate da specifici codici Ateco ndr) per poter chiedere di avere il bonus cultura. I computer o gli smartphone sono un mezzo per accedere alla cultura. Non sono cultura di per sé.

Se tutto questo non bastasse, c’è ancora un fattore da considerare, un fattore molto importante che non è direttamente espresso dai testi e dalle leggi. Quello economico. Il Bonus Cultura ha un doppio scopo. Da una parte c’è, come abbiamo già detto, quello di invogliare e spingere i giovani a partecipare ad attività che svolgono sempre più di rado. Dall’altra, però, c’è anche quello di aiutare dei settori in crisi, che risentono non solo di mancanza di partecipanti, ma anche e soprattutto di fondi e di introiti. 

Se nessuno legge, nessuno può permettersi di pubblicare. Se nessuno visita musei, chiudono. Lo stesso vale per il cinema, il teatro, i concerti. Anziché dare fondi a pioggia, lo Stato mette in mano ai giovani uno strumento che, se usato bene, può essere potentissimo. Perché dà loro la possibilità di scegliere cosa vedere. Di svegliare i curatori delle mostre portandoli ad aggiornarsi, a parlare un linguaggio nuovo, comprensibile e moderno. Anche quando si parla di arte che sa di muffa. I giovani possono scegliere cosa vedere, cosa visitare, cosa leggere. E dovrebbero usare questo potere con intelligenza.

I giovani possono scegliere cosa vedere, cosa visitare, cosa leggere. E dovrebbero usare questo potere con intelligenza.

Gridd Retroenhanced magazine cover
Classic Italy L’Italia è quel magico posto dove i videogiochi sono esclusi dal Bonus Cultura ma inclusi nel Decreto Rilancio.

Il mercato dei videogiochi, d’altro canto, non conosce crisi, anzi. Persino durante questa pandemia è riuscito a crescere. E non di poco, soprattutto quando l’Oms ha dichiarato che giocare ai videogames era particolarmente indicato durante il lockdown.

Non si tratta dunque di un discorso di essere considerati cultura o meno, ma anche e soprattutto economico. I videogiochi non hanno bisogno dei cinquecento euro che un diciottenne ha scambiato per il regalo di compleanno dello Stato. Questo medium ha bisogno di teste pensanti, allenate a guardare il mondo mettendosi in discussione. Ha bisogno di persone che conoscano il valore della cultura e si impongano affinché i videogames siano riconosciuti come tale. Quelli che lo sono, per lo meno.

Piuttosto che lamentarci perché i videogames non rientrano in un incentivo statale dato agli adolescenti, dobbiamo essere contenti perché, finalmente, il governo ha deciso di riconoscere il valore degli sviluppatori italiani. Dando loro un finanziamento per continuare, o meglio iniziare, a costruire un mercato nostrano che si spera possa essere florido e pieno di prodotti culturalmente validi. 

Non limitiamoci ad osservare la cornice. Cogliamo invece l’essenza dell’opera attraverso le pennellate. Una dopo l’altra. Fino a comprendere il capolavoro che sarà.