Luca D'Angelo

News+ Quadrupla A, il videogioco che vorrei giocare

Il videogioco che vorrei giocare, esiste davvero qualcosa oltre il tripla A?

Ci vuole ambizione per creare un videogioco, questo è sicuro. Ambizione e di certo anche competenze di un certo livello. Eppure sembriamo sempre ignorare quanto difficile possa essere in alcuni casi, e ci arrabbiamo perché non ci sta bene cosa abbiamo davanti. Troppi bug, troppo corto, troppo lungo, troppo poco impegnativo. Insomma, “non è il videogioco che vorrei giocare“. Lo vediamo spesso come il fallimento dei programmatori, perché proprio non vogliamo crederci a cosa abbiamo davanti. Pensano sempre solo ai soldi, mai a chi sta oltre lo schermo. E se invece lo facessero ogni volta, ma avessimo tutti gusti molto diversi? Se la realtà fosse che il vostro “videogioco che vorrei giocare” cambia ogni due giorni?

Quell’idea è prima di tutto un’ambizione, tanto grossa quanto il voler superare il tripla A fino ad arrivare a un videogioco quadrupla A. Credeteci, perché sembra proprio la prossima tappa. Lo possiamo immaginare in mille modi diversi: una grafica tanto realistica da farci sentire lì dentro, una fluidità da confondersi con la vita reale. Sì, pensate a un PUBG tanto realistico da spaventarvi a morte quando morite. Poi vi guardate intorno, e siete sempre stati in salotto. Un po’ come il salto da due a tre dimensioni e poi quattro, il videogioco quadrupla A vuole proprio confondervi la mente e convincervi fino in fondo che ci siate dentro.

Da PUBG a un'ambizione: 'il videogioco che vorrei giocare'.

il videogioco che vorrei
Tripla A e psiche Si può scendere nel filosofico?

Chiariamoci: per alcuni PUBG è già quel videogioco, un personalissimo quadrupla A. Forse la parolona creerà aspettative esagerate, ma ecco proprio il punto a cui voglio arrivare: tripla A, quadrupla A, hanno di sicuro definizioni universali. Sono quei titoli famosissimi che tutti conoscono almeno di nome, pilastri nella storia di un’intera industria. Ma per voi sono davvero decupla A? Quegli strafalcioni di cui sentiamo spesso parlare sono tecnicismi, pensati per chiarire chi è che comanda nell’industria. CoD, Final Fantasy, Fifa e PES. Sono solo alcuni nomi, ma sono davvero tutti tripla A per tutti quanti? La risposta è sì, rispondono a una certa definizione tecnica, ma no, non tutti li considerano allo stesso modo.

E da un videogioco quadrupla A dovremmo aspettarci diversamente? Potremmo benissimo, ma di nuovo: non possiamo convincere le persone a farsi piacere un gioco a suon di pugni. Le premesse di cui parliamo sono buone: finalmente c’è dietro qualcuno di diverso, che pensa “voglio fare il videogioco che vorrei giocare io”.

I videogiochi quadrupla A saranno qualcosa che vorremmo giocare?

Sembra un po’ banale, ma invece non è poco. Proprio giochi come quelli già citati (non Final Fantasy, lasciatelo in pace) sono ormai titoli che siamo abituati a vedere sugli scaffali almeno una volta l’anno. È vero, è perché non hanno meccaniche particolarmente variabili, ma è solo un esempio: pensate ad esempio ad Assassin’s Creed. Quello vecchio, prima che prendesse il vizio di farsi vedere ogni ottobre. Una buona idea che ha perso sé stessa, o forse ha perso quel qualcuno che programma il videogioco che vorrebbe giocare. È diventato una macchina da soldi, perdendo quel fattore sentimento che si nascondeva nei meandri della Firenze del tardo Quattrocento.