Lunediscord #2: Death Stranding, prima parte

Fortnite fa tremare Agnelli per il futuro della sua Juventus (e del calcio).

Ci pensate a quanto effetto potrebbe fare se uno come il presidente della Juventus Agnelli dovesse dichiarare rivalità a qualcosa del calibro di Fortnite? Pensate che è successo davvero. Si sa che ormai va di moda demonizzare qualsiasi cosa la mente collettiva non consideri “normale”, e i videogiochi sono ancora lì ad arrancare verso il proprio posto nell’accettazione. Ma forse un passo è stato fatto.

Qualcuno sta accettando la realtà delle cose?

Una dichiarazione importante, quella di Agnelli – anche se forse un po’ paranoica. È vero che grazie agli esport i videogiochi stanno guadagnando visibilità a livello mondiale; classificarli come “avversari” degli sport fisici, però, magari è un po’ strafare. Ma non è questo il punto.

Che siate fan della Juventus, di Fortnite o pure di Agnelli (o tutti) non importa: questo pezzo è un po’ uno sfogo per chi di voi (me per primo) ha sempre vissuto in realtà che lo ghettizzano per una sua passione. Viviamo quotidianamente perseguitati da grandi moralizzatori, che ci ricordano come sia infantile videogiocare “alla nostra età”. Viviamo costantemente inseguiti da grandi uomini – magari “professionisti” calciatori – che non fanno altro che ricordarci come saremo marchiati a vita dallo stigma dello sfigato. E no, non c’è salvezza nemmeno se chi ci sta davanti rinnova annualmente FIFA o PES: quello sì che è un gioco da uomini. Altro che giochini in cui fai l’astronauta o spari magie.

Poi però sono lacrime quando gli esport di FIFA 20 chiudono le porte alla Juventus.

Solo a quel punto, finalmente, qualcuno rimasto senza più la propria immagine in un gioco si accorge di quanti altri ne esistano, e che uno di loro sta guadagnando minacciosamente terreno. Si rende conto, in termini poveri, di come un mondo da sfigati non abbia niente da temere dal suo, e che forse potrebbe essere il contrario molto presto. Non resta che avvertire tutti di stare sull’attenti, un po’ come se si stesse per entrare in guerra.

In realtà di guerre non ce ne sono. Il calcio ed i videogiochi continueranno a coesistere ognuno nel proprio mondo, sconfinando uno nell’altro solo per i FIFA o PES annuali, che i soliti quattro appassionati acquisteranno a 70 euro e rivenderanno per ottenere indietro un terzo delle spese. Per poi vedere lo stesso disco che hanno venduto su uno scaffale, rivenduto a soli 10 euro. In realtà accade ad ogni titolo al mondo, ma giochi del genere sono celeberrimi per il vertiginoso deprezzamento alla rivendita.

Forse anche questo indica quanto a volte il mondo attorno al calcio possa valere.

Si parla di un mondo che spesso vuole criticare chiunque ne stia appena fuori, interessandosi a tutt’altro e disdegnando quelle due squadre che calciano una palla gonfia di denaro per 90 minuti. Un mondo che si sente forte solo perché chi vi partecipa è vero e sta davanti alle telecamere, ispirando quella che è ormai una cultura. Ma d’altronde, come dicevo, non c’è proprio nulla a cui far guerra, perché il calcio e i videogiochi fanno appello a due tipi diversi di persone: quelli che guardano alla grandezza individuale e alla mera realtà delle cose, e quelli (sfigati) che bramano un mezzo di comunicazione che veicoli emozioni e valori profondi, magari incorniciati da un po’ di colore.

L’appello però è per tutti: il mondo non è solo bianco o nero. Un pallone, ad esempio, è di entrambi i colori, e accetta valori astratti ed ambizioni reali allo stesso tempo. Il problema è che viene preso a calci.