Spiegare quali sono le motivazioni, le sensazioni e le paure che si celano dietro il mondo degli esports non è alquanto semplice, ma si deve partire da qui per la nostra analisi di un videogiocatore competitivo. Proverò a farlo in questo speciale, raccontando una storia, liberamente ispirata ai fatti della strage di Jacksonville, avvenuta nell’agosto del 2018. David Katz, pluricampione esportivo di Madden NFL, dopo aver subito una scottante eliminazione, uccise a colpi di pistola 3 ragazzi coetanei, appassionati di esports come lui. Il suo folle gesto terminerà con il suicidio. Ho voluto intenzionalmente estremizzare lo speciale per puntare i riflettori su un fenomeno che sta facendo capolino nel nostro paese negli ultimi anni e, per volontà della nostra classe politica, al momento è lasciato al libero arbitrio di molti e forse troppi.

Il settore degli esports vede l’Italia come un paese ancora da svezzare, motivo per cui è molto importante aprire gli occhi sin da subito. Non è tutto oro quello che luccica per cui è molto importante analizzare in maniera critica e comprendere consapevolmente qual è il percorso di ascesa di un prototipo di videogiocatore competitivo e quali sono le insidie che nasconde il successo. Lascio a voi il gameplay del mio racconto

Insert coin

C’era un volta un ragazzo che voleva realizzare un piccolo e semplice sogno: comprare una console. Aveva problemi economici e non poteva permettersi molto, per cui rimaneva tutto nel suo mondo dei desideri. Quando era a scuola immaginava scene e momenti spettacolari e le sue dita scivolavano sui tasti e le levette del suo joystick virtuale, come se il suo cervello fosse animato da un’intelligenza videoludica innata. Il tempo passava e ogni giorno, salutando come di consueto l’anziana Signora del negozio di elettrodomestici davanti casa sua, vedeva la pila delle confezioni della sua desiderata console scendere sempre di più, lasciando nei suoi occhi un velo di tristezza. Dentro di sé sapeva che quel giorno sarebbe arrivato e aveva provveduto a trasformare la sua cameretta in una futura gaming room, curando ogni minimo dettaglio. I giorni passavano e la torre di console, presente nel negozio, scendeva in altezza. Un bel giorno, durante il suo ennesimo via crucis davanti all’attività commerciale, il ragazzo venne chiamato dall’anziana Signora che gli chiese: “Ragazzo, ti vedo tutti i giorni passare qui davanti. Perché vuoi comprare una console?”. Il ragazzo, quasi come un SuperSayan, trasformò i suoi occhi velati in vitree palle di fuoco e senza pensarci due volte le rispose: “Perché voglio dimostrare a me stesso di essere forte!!”. Passò circa un mese e la monotonia della sua vita venne interrotta da un episodio non previsto: il negozio di elettrodomestici era chiuso per lutto. Nella sua ingenuità il ragazzo immaginò il destinatario del triste evento. L’algoritmo degli eventi della sua giornata stava per subire un altro breakpoint. Questo invece non lo poteva nemmeno lontanamente immaginare. Nella sua cameretta era poggiata sul letto la confezione, ancora illibata, della sua amata e desiderata console. Sopra di essa vi era un biglietto piegato in due. Il ragazzo prese il biglietto e lo aprì e in un attimo quegli occhi velati scomparvero per sempre, lasciando spazio all’ardente fuoco della sfida, alimentato da quelle semplici ma eterne parole: “IO CREDO IN TE

Il nostro esperimento nel campo degli esports, basato sull’analisi di un videogiocatore competitivo, parte dal comprendere cosa muove le intenzioni del ragazzo, a metà tra il dimostrare qualcosa ma non avere il mezzo per farlo. Una console è uno strumento di desiderio importante e può materializzare sogni e delusioni.

L’immaginazione del ragazzo, nella disperata corsa all’ottenimento della sua stazione di gioco, invocava la sua memoria genetica latente. Questo concetto, in una avulsa chiave interpretativa, potrebbe essere anche legato a una teoria Darwiniana di evoluzione della specie versione 2.0, dove la memoria del DNA umano comprende una capacità innata di controllare un joystick.

Visionaria ma non surreale, verificata anche grazie alla predisposizione delle nuove generazioni nei confronti dei supporti multimediali di ultima generazione, sin dalla tenera età.

Il rapporto con il gaming è intimo, infatti il ragazzo costruisce il suo “refugium peccatorum”  nei minimi dettagli. Il rapporto con la console è quasi un legame neurale, agevolato dal controller, ma ideato e costruito nel cervello. Visto in questi termini il joypad non è altro che lo strumento per canalizzare e dimostrare l’intenzione, la creatività e la personalità di un giocatore.

E’ forse questa la differenza tra un player normale e un videogiocatore competitivo, che passa dall’attenzione nei dettagli al flusso canalizzatore del suo io, tenendo sempre a mente la parola sfida. Ma chi è lo sfidante? Il ragazzo, interrogato dalla simpatica vecchina, lo dice senza pudore: se stesso.

Non si tratta di collezionare un trofeo o di arrivare alla soluzione di un enigma, solo di superare l’asticella, quel limite che il buon Son Goku ambiva sempre a oltrepassare per diventare più forti e raggiungere un nuovo livello SuperSayan. Di questo si parla, niente di più

Next level

Il sogno era divenuto realtà. Adesso bisognava solo dimostrare che il dono dell’anziana Signora non era vano. Giorno dopo giorno, gioco dopo gioco il ragazzo riusciva ad assimilare una quantità di informazioni, dai vari gameplay, veramente importante. Verificava i suoi ultimi record e prestazioni, effettuando una meticolosa autoanalisi per capire come gestire al meglio il suo stato emotivo, unico suo grande nemico. Ormai la console era battuta, il single player era stretto per lui e sentiva l’esigenza di dimostrare la sua bravura, non più solo a sé stesso, ma anche ai suoi amici e conoscenti. Cominciò quindi a partecipare a tornei online e dirette streaming e, in poco tempo, quel tanto ambito riconoscimento arrivò. I primi contatti e contratti cominciarono a bussare alla porta e il successo si materializzò sotto forma di denaro. Dalla sua cameretta venne catapultato all’interno di esports stadium, dove esibire la sua riconosciuta bravura. Purtroppo l’onda sinusoidale del successo era pronta a intraprendere la discesa verso l’inferno. 

Secondo step per il nostro esperimento di analisi del videogiocatore competitivo nel mondo degli esports, che questa volta si sofferma sull’evoluzione da single al multiplayer.

La cameretta, che il ragazzo ha preparato meticolosamente con cura, era ormai un luogo troppo stretto per la sua bravura, per cui vi è un bisogno viscerale di dimostrare e mostrarsi.

...bisogna avere una joystick face per avere successo e spiazzare gli avversari.

La benzina del videogiocatore competitivo è la sfida, dove l’importante è solo vincere. Ogni vittoria crea consenso e si sa, tutti amano salire sul carro dei vincitori. Quello dei perdenti è sempre vuoto.

Elevati livelli di coinvolgimento e successo richiedono uno stato mentale sempre a livelli ottimali e non è un caso se negli ultimi tempi si è assistito alla proliferazione di nuove figure come quelle del mental coach nel settore esports. Parafrasando un termine appartenete al mondo del poker, bisogna avere una joystick face per avere successo e spiazzare gli avversari.

Quell’innocente divertimento e quella voglia di desiderio, ormai appartengono a un passato remoto. La sua console è diventata uno strumento di lavoro e una cassa automatica di denaro. Adesso non è più richiesto al ragazzo di dimostrare la sua bravura. Il consenso esige le sue vittorie. 

Game over

Partita decisiva per diventare e confermarsi campione. Attesa, ansia e paura vengono servite in un milkshake che il ragazzo assaggia a piccole dosi, provando a mantenerne le distanze. Dentro di se avverte qualcosa, lo stomaco si contrae, le mani tremano, la salivazione è assente. Evita di dire o pensare quella parola, ma in una sorta di silenzio assenso e già lì presente davanti a lui, in una forma più che smagliante. Il ragazzo rivede per la prima volta dopo tanto tempo la Paura. Il match inizia, la Paura si siede accanto a lui e comodamente accompagna il ragazzo verso la sua sconfitta. Tutto il suo mondo di certezze e di conferme crolla, i colori e i suoni attorno a lui si incupiscono fino ad annullarsi in un profondo stato di coma videoludico. Il ragazzo entra in questo tunnel fatto di ricordi e di sensazioni, ripercorrendo tutta la sua vita da gamer, breve ma intensa. Tre colpi di arma da fuoco, accompagnate da urla e lacrime. Prima di porre fine alla sua vita, rivede quel biglietto, quelle parole che hanno avverato il suo sogno: IO CREDO IN TE. 

BOOM. GAME OVER.

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Provate a ricordare quelle emozioni, quei sogni, quelle idee, quelle sensazioni, quelle delusioni, quelle sfide che hanno costruito il vostro background videoludico.

La nostra triste storia ambientata nel mondo degli esports giunge al suo atto conclusivo, cosi come la nostra analisi di un videogiocatore competitivo. Il tema affrontato in questo ultimo atto è quello della paura, componente che ogni videogiocatore competitivo nel mondo degli Esports deve prima o poi affrontare.

Le paure possono essere tante: paura di sbagliare, paura di perdere, paura di smarrire il consenso, paura di essere abbandonato dai followers, paura di non avere visualizzazioni, paura di non essere più un idolo e tornare a essere normali.

La maggior parte dei campioni esports sono ragazzini, in molti nemmeno maggiorenni, per cui è assolutamente normale che gran parte di loro non riesca ancora a controllare e governare il turbinio di emozioni provate.

Il nostro racconto, seppur liberamente ispirato a una storia vera, vuol puntare i riflettori sul fenomeno degli esports e di come questa ascesa piuttosto repentina debba essere affrontata in modo consapevole da parte di tutti, in primis dal videogiocatore competitivo.

Nessuno ne mette in dubbio la rilevanza e l’importanza che questa marea videoludica ha nella società, come è indubbia la sua funzione di abbattimento di ogni tipo di barriera sociale. In effetti ognuno di noi, senza alcuna distinzione e discriminazione può vestire i panni di un campione esports e di un videogiocatore competitivo.

Purtroppo non è tutto oro quello che luccica. La pressione psicologica è importante e molte volte l’illusione di una facile via per arrivare al successo offusca la capacità di giudizio di molti.

Da quella cameretta siete partiti e quel biglietto resterà sempre sul vostro letto a ricordarvi le vostre origini

Ricordate la cameretta di quel ragazzo e paragonatela alla vostra. Provate a ricordare quelle emozioni, quei sogni, quelle idee, quelle sensazioni, quelle delusioni, quelle sfide che hanno costruito il vostro background videoludico. Sono queste le cose che fanno di voi un campione e, nel momento in cui deciderete di fare il grande passo verso il mondo degli esports, sono loro che vi faranno sempre ricordare chi siete, senza smarrire mai la strada di casa.

Da quella cameretta siete partiti e quel biglietto resterà sempre sul vostro letto a ricordarvi le vostre origini.

IO CREDO IN TE.

#LiveTheRebellion