Speciale
di Antonino Lupo
il 24 febbraio 2018, 11:22
in Speciali

Prologo
L’Ombra

Dolore. Dolore in tutto il corpo, pregno di un’oscurità che non aveva mai visto. Un’oscurità di cui gli avevano solo parlato.

Gettò un ultimo sguardo alla sua spada, la sua luce guida, un’ultima speranza di poter combattere la minaccia esterna. Ma era troppo lontana; e lui era troppo debole.

Il guerriero giaceva sul pavimento, lo sguardo di tutti i presenti rivolto su di lui in un silenzioso giudizio morale. Aveva sconfinato nella terra proibita, aveva eseguito il rituale, aveva risvegliato qualcosa che non conosceva e che mai avrebbe potuto immaginare. Qualcosa che lo aveva corrotto dall’interno, e a quale prezzo? Ma non importava. Lei era più importante.

Continuava a pensare a lei, anche mentre l’oscurità lo avvolgeva. Anche nella morte. L’ultimo idolo si era distrutto, emanando l’ultimo raggio di luce di quelle terre; ma si era distrutto troppo tardi, e loro non erano riusciti a fermarlo in tempo. Eppure, nel suo corpo, un piccolo sentimento inafferrabile gli suggeriva di aver fallito, che tutto era stato vano. Se era veramente troppo tardi, perché lei non si era risvegliata? Se ci era veramente riuscito, perché adesso era a terra, disteso sul pavimento, agonizzante e debole per le ferite ricevute? Se veramente aveva rispettato i patti, perché si sentiva così sconfitto?

I suoi pensieri iniziavano ad abbandonarlo. Era ancora cosciente, ma sapeva che non lo sarebbe rimasto per molto. La vita scivolava via dal suo corpo, mentre i sacerdoti tutt’intorno sembravano in paziente attesa della sua fine inevitabile. Quegli stupidi, pensò; cosa possono saperne, loro, dell’amore?

A un tratto, sentì una nuova forza risorgergli nelle vene, un nuovo potere risvegliargli i muscoli. Si alzò, pronto a confrontare i suoi nemici; ma non era più lo stesso guerriero di prima.

Era un’ombra, pronta a divorare la luce.

 

Capitolo I
Il Destriero

«Agro!»

Il richiamo del guerriero risuonò per tutta la pianura. Il suo fedele destriero era fuggito, in preda al panico, quando quel gigantesco idolo mobile aveva battuto le sue maestose zampe anteriori sul terreno. Ancora qualche centimetro, e sarebbero stati colpiti entrambi; per fortuna, Agro era fuggito, lasciando il suo agile padrone a schivare la furia della creatura con grande abilità.

Ma era giunto il momento di tornare all’attacco. Non sapeva ancora come, ma quel gigantesco nemico doveva cadere anche quella volta; c’era indubbiamente un modo per affrontarlo, anche se lui non lo conosceva ancora. Poi, si guardò intorno.

La pianura era costellata da potenti getti di vapore che avrebbero ribaltato persino un tempio intero. E quella creatura era poco più che un tempio in movimento; con la differenza che un sacrario ha delle fondamenta, e non uno stomaco molle.

Qualche freccia… Ancora qualche freccia, pensò il guerriero. Ma gli serviva Agro, per attuare il suo piano: avrebbero attirato quel gigantesco mostro verso uno dei geyser, cercando di ribaltarlo con un po’ di astuzia. Sperando che la sua intuizione fosse giusta. Sperando…

Così fu. La gigantesca tartaruga venne sospinta verso l’alto, ma fu ancora in grado di reggersi su due delle quattro zampe laterali. Ondeggiando in quella posizione, era un bersaglio facile – almeno per qualche secondo. Ma il guerriero non vide nulla che potesse essergli utile.

La creatura era maestosa, troppo; il suo reggersi in equilibrio su due zampe non era ancora sufficiente, e il suo corpo era fin troppo lontano dalla portata del giovane guerriero. Il suo fedele destriero lo sospinse in alto un paio di volte, e più di un paio di volte il giovane protese tutti i muscoli del suo corpo, tentando di raggiungere un qualsiasi appiglio. Invano.

Il getto di vapore finì. La gigantesca creatura tornò su quattro zampe, più aggressiva che mai: aveva capito la strategia del guerriero, ma non sarebbe stato così semplice sfruttare un tale vantaggio. La montagna mobile sollevò il muso, scoprendo quattro curiose ghiandole luminescenti alla base del mento; e, quando il guerriero si accorse del pericolo incombente, era già troppo tardi.

Quattro proiettili esplosivi colpirono il pavimento vicino a lui, sbalzandolo via da Agro e costringendo il destriero a fuggire. Wander era ferito, colpito da una qualche forma di magia oscura, a metà tra la forza del fulmine e del Sole; ma non era il momento di perdersi in congetture. Quel mostro doveva cadere, e in fretta. Deve esserci qualcosa che posso fare, pensò.

All’improvviso, gli venne un’idea. La luce, su quella pianura, era molto debole, ma il sole riusciva comunque a traforare il cielo plumbeo, di tanto in tanto. Tenendosi a debita distanza, il guerriero levò la spada al cielo; e la luce lo guidò, ancora una volta, come sempre.

Richiamò il suo fido destriero. Il mostro aveva capito, e sarebbe stato più complicato attirarlo verso un altro getto di vapore; ma ci sarebbero riusciti, con un po’ di fortuna e di astuzia. Per qualche motivo, quella creatura non sembrava molto intelligente; era come se le mancasse qualcosa, dei frammenti di un essere che un tempo era stato. Fu necessaria solo qualche freccia, qualche proiettile per far innervosire il mostro e portarlo dove volevano; e la creatura si ritrovò di nuovo con due zampe all’aria, reggendosi a fatica su quelle rimaste.

Altre due frecce, non gliene servirono di più. Due frecce, una per zampa, a colpire quei due punti vitali scoperti, al di sopra dello zoccolo; e la creatura ruzzolò sulla schiena, ribaltata, esposta alla furia e all’adrenalina del suo avversario. Il guerriero si lanciò al galoppo; e Agro lo sospinse verso un appiglio sul gigantesco avversario, aiutandolo a scalare verso uno dei punti vitali più fragili del mostro.

 

La sua mente fu inondata da ricordi del genere, mentre Agro precipitava giù, nello strapiombo. Ancora una volta, il suo fedele destriero aveva preferito sacrificare se stesso, pur di salvare il proprio padrone. Con una semplice sgroppata, Agro aveva lanciato il guerriero al sicuro, al di là del ponte pericolante; pochi secondi dopo, il terreno sotto i suoi zoccoli aveva ceduto, portandolo giù con sé nel fiume sottostante. Agro non c’era più, dopo tante avventure vissute insieme, dopo tanti avversari sconfitti, dopo tanti ostacoli superati, dopo tante battaglie al cardiopalma e al limite dell’adrenalina.

«Agro!»

L’urlo del guerriero risuonò per tutta la vallata. Il suo fedele destriero era caduto, precipitato verso un baratro di morte, lasciandolo solo alle porte dell’ultimo ostacolo. Ma il guerriero non si concesse neanche una lacrima: si rialzò in piedi, si voltò, e iniziò a scalare l’ultima vetta che lo separava dalla fine del suo viaggio.

Non posso arrendermi… Non adesso.

E non si arrese.

 

Capitolo II
Il Colosso

Un fischio assordante gli risuonò nelle orecchie. Un’eplosione, giusto a pochi metri da lui, lo aveva costretto a guardare verso il cielo: l’ultimo Colosso si stagliava lì, all’orizzonte, alto e maestoso come il Sacrario del Culto. La pioggia sferzava sul suo viso, mentre quel gigantesco stregone rivolgeva il braccio verso di lui; poi, una saetta partì dalla sua mano sinistra, sfrecciando a tutta velocità verso il guerriero. Egli si lanciò a sinistra, dietro un riparo, e schivò l’esplosione; ma quel suono era stato troppo potente, e gli aveva certamente danneggiato il timpano in qualche modo.

Non posso arrendermi… Non adesso, pensò. Aveva guadagnato molto, nel corso di quel viaggio: era diventato più forte, ma aveva anche perso altrettanto. La sua mente tornò alla sua amata, ancora stesa sull’altare del Sacrario, e al suo fedele destriero, precipitato in quello strapiombo pochi minuti prima. Rivolse uno sguardo allo stregone, una montagna in movimento all’orizzonte: un tuono squarciò il cielo alle sue spalle, proiettando una gigantesca ombra sulla radura. Il guerriero digrignò i denti, e si alzò in piedi: non si sarebbe lasciato scoraggiare dalla potenza di quel nemico.

Con tutti i muscoli in tensione, il ragazzo iniziò a correre verso il prossimo riparo, e poi verso quello dopo, e poi verso il successivo ancora. Si lanciò in una buca, cadendo rovinosamente sul pavimento per schivare un’altra saetta, ma non si fermò: l’adrenalina lo spinse ancora in piedi, e il giovane continuò la sua corsa verso il Colosso, senza mai fermarsi. La scalata verso la testa non sarebbe stata semplice, ma ce l’avrebbe fatta: non aveva scelta.

Quando raggiunse il Colosso, rimase a bocca aperta di fronte alla maestosità di quell’avversario. Era alto almeno cinquecento piedi, e indossava un’armatura di pietra antica che lo avrebbe protetto da qualunque freccia esistente. Fortunatamente, quell’armatura di pietra forniva anche un’infinita serie di appigli indiretti.

Prima di lanciarsi verso il primo appiglio, il guerriero si fermò a pensare. La sua mente fu inondata dai ricordi dei quindici avversari passati: creature almeno altrettanto maestose, antiche e potenti, che aveva eliminato con la grazia e la determinazione di una pulce. Gladiatori, fenici, uccelli rapaci, vermi della sabbia, non c’era stato nulla in grado di fermarlo; e non si sarebbe fermato neanche ora, di fronte a un avversario così spaventoso.

Non importava quanto maestose, antiche o potenti fossero: quelle creature erano nient’altro che un ostacolo, un ostacolo tra lui e il sorriso della sua amata. E non c’era niente di più prezioso della redenzione, di una seconda possibilità per rivederla in vita.

Non posso arrendermi… Non adesso, si ripeté ancora.

E non si arrese. Con la determinazione di un falco, Wander saltò verso il primo appiglio; e continuò, risoluto, la sua scalata verso l’Inferno.

 

Capitolo III
L’Amata

Il guerriero si alzò in piedi, più alto di prima, più possente di prima. Parlò, ma non con la sua voce, non con i suoi muscoli, non con la sua forza di volontà.

«Tu hai diviso il nostro corpo in sedici parti», disse il guerriero, rivolgendosi al Primo Sacerdote. «Per un’eternità. Per sigillare il nostro potere.»

Il Primo Sacerdote rimase pietrificato di fronte a quella maestosa creatura oscura. Aveva fallito: non era riuscito a salvare il guerriero, colui che aveva compiuto il rituale proibito. Colui che, adesso, era imprigionato nel corpo di quella gigantesca ombra, alta abbastanza da eguagliare le dimensioni di uno degli idoli ai lati della stanza.

«Noi, Dormin, ci siamo risvegliati», continuò la creatura, poco prima di sferrare il primo, terribile attacco contro i suoi nemici. I sacerdoti lo schivarono, ma il pugno fu così forte, contro il terreno, da far tremare le stesse fondamenta dell’intero Sacrario. Quelli rimasti in piedi furono mossi da un istinto di sopravvivenza impareggiabile, e iniziarono a scoccare dardi disperati dalla loro balestra per sconfiggere la creatura oscura. Ma era tutto inutile: quell’ombra era troppo potente.

Il guerriero fece appello a tutti i suoi muscoli, a tutta la sua rinnovata forza per schiacciare i suoi avversari. Si sorprese a guardarli dall’alto, da una posizione che non aveva mai avuto in tutta la sua vita, mentre il suo corpo sprigionava potere oscuro da ogni poro. I Dormin si erano risvegliati, e la loro furia era inarrestabile.

Si scoprì in grado di emanare fiamme oscure, pregne di un potere che avrebbe ridotto in cenere qualunque essere vivente. Si scoprì portatore di una forza sovrumana, un potere divino tipico delle tenebre più nere. E avrebbe fatto di tutto per sfruttarlo fino all’ultimo, cancellando quegli sporchi umani da quelle terre, e salvando l’anima della sua amata.

Già; lei. La ragazza era ancora distesa sull’altare, forse in attesa che il rituale venisse portato a compimento fino in fondo. Era così vicino, ma, adesso che il Primo Sacerdote si era messo in mezzo, anche così lontano. Non avrebbe permesso che gliela portassero via; non adesso, che era in suo potere.

Il pensiero di lei lo distrasse, distogliendo la sua mente da un controllo totale sui dintorni. Forse troppo; abbastanza, in ogni caso, da non notare la corsa del sacerdote verso la cima del Sacrario, su per la scala a chiocciola, con la Spada Antica in mano.

Forse se ne sarebbero andati. Forse non tutto era perduto. Forse…

«Vattene, essere immondo!»

L’urlo del sacerdote risuonò per tutto il Sacrario, una maledizione rafforzata da un potere magico che non avrebbe potuto contrastare. La spada cadde giù, dalla cima del sacrario, verso un piccolo specchio d’acqua al centro della scala a chiocciola. Il suo arco discendente fu come un presagio, uno spazio di tanti piccoli, brevi istanti che lo avvicinarono alla fine; poi, successe.

La Spada Antica si schiantò contro la pozza d’acqua. Il suo potere aprì un mistico portale che iniziò ad attirare il guerriero verso di sé, dissolvendone le carni e lo spirito. L’ombra che ne circondava il corpo si scompose, lasciando spazio solo a due corna demoniache sulla sua testa; e Wander riassunse una forma umana, mentre il Dormin veniva risucchiato dal portale magico. Ma non era abbastanza: il potere dei sedici Colossi, i sedici frammenti, era ancora dentro di lui, e lo corrodeva dall’interno.

Il portale bramava la sua anima, resa ormai oscura dal potere dei Dormin. Se c’era un piccolo rimasuglio di anima umana, nel suo corpo, il portale non poteva più riconoscerla: i suoi muscoli venivano attirati, spinti dal turbine verso la pozza d’acqua del Sacrario, e sembrava inutile anche opporre resistenza.

Eppure, Wander resistette. Il suo sguardo era rivolto alla sua amata, la giovane ragazza che aveva perso la propria vita a causa sua. Un peccato imperdonabile, a cui avrebbe potuto rimediare, se solo il Primo Sacerdote non si fosse intromesso. Mentre ogni fibra del suo corpo tentava di fuggire, lanciandosi verso l’altare e la luce, l’odio riempiva le sue viscere: odio per gli esseri umani, per i loro tabù, per la loro incomprensione. Odio per l’amore, che lo aveva spinto così lontano e lo aveva illuso di poter sopravvivere, e che lo aveva rovinato dall’interno.

Ma l’odio non era abbastanza: lei era più importante, lo era sempre stata. E Wander continuava a volerla raggiungere, a lanciarsi verso l’altare, nel disperato tentativo di guardarla un’ultima volta, accarezzarla un’ultima volta, baciarla un’ultima volta. Forse si sarebbe svegliata, forse l’avrebbe vista ancora sorridere; forse, se avesse resistito abbastanza.

Le forze iniziarono ad abbandonarlo. Sapeva che non avrebbe potuto resistere al portale per sempre, e che avrebbe dovuto lasciarsi andare. Ma non poteva: lei era ancora lì, distesa sull’altare, immobile, senza vita. Forse non c’era davvero null’altro da fare; forse tutti i suoi sforzi erano stati vani. Ma il ricordo di lei sarebbe rimasto con lui, anche dopo la scomparsa del suo corpo, anche dopo la fine della sua anima. Forse, dopotutto, il rituale non era stato completato.

E forse era meglio così. Il passato che avevano condiviso era troppo forte, troppo potente per essere rivissuto. Forse non sarebbe mai dovuto andare in quelle terre… Ma sapeva di averci provato, di aver fatto tutto il possibile. E questo bastava.

La pozza d’acqua era alle sue spalle, a pochi metri di distanza. Aveva ormai superato l’arcata della navata principale, nonostante il suo corpo continuasse a resistere. Ogni suo muscolo era ancora rivolto verso l’altare, in un’ultima speranza di vederla risvegliare. Ma, forse, era finalmente giunto il momento di lasciarsi andare. Di arrendersi all’evidenza, e di accettare il suo destino.

Wander smise di resistere. Non c’era nulla che potesse fare, non aveva più una scelta, se mai l’aveva avuta. Lasciò che la corrente d’aria lo trascinasse, per gli ultimi metri, verso il portale mistico che lo avrebbe cancellato dall’esistenza. Aveva fatto tanto; ma non era stato abbastanza.

Poco prima di precipitare nel portale, Wander lanciò un ultimo sguardo alla sua amata. Era ancora lì, immobile, distesa su quel ripiano di pietra antica. Ancora senza vita.

Wander si arrese. Sorrise, e si lasciò andare un’ultima volta. Mentre precipitava, la sua mente era affollata di pensieri; e, in tutti, figurava lei.

«Addio, mia Mono», sussurrò. E il portale lo inghiottì, cancellando per sempre il ricordo dei Dormin da quella terra maledetta.

Wander scomparve, diventando nient’altro che un’ombra nell’oscuro passato di quelle terre. Il portale si sigillò; e la giovane Mono aprì gli occhi, salutando la vita ancora una volta.

Poco lontano, un fedele destriero tornava, zoppicando, verso il gigantesco Sacrario del Culto, in cerca del suo padrone. Poco lontano, un neonato con le corna lanciava al cielo i suoi vagiti, al centro di una pozza d’acqua sul fondo di una scala a chiocciola. Poco lontano, una terra maledetta splendeva di una luce mai vista: la luce di un nuovo giorno.



due parole sull'autore
Nato e cresciuto nell'epoca d'oro della prima PlayStation, ha visto il susseguirsi di almeno quattro generazioni di console fin da quando era bambino, ed è fermamente convinto che non smetterà mai di viverle sulla propria pelle. Suo unico rimpianto: non essere nato abbastanza presto da vedere la nascita dei primi videogiochi. Coltiva segretamente la passione per la scrittura, che sfoga sulle pagine di I Love Videogames proponendo folli idee (aka: rompendo le scatole) agli altri redattori. Gestisce anche il podcast Gameromancer e la sezione Speciali.
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