Speciale
di Antonino Lupo
il 22 gennaio 2017, 10:36
in Speciali

ATTENZIONE: la seguente analisi abbraccia l’intera quarta stagione di Sherlock nel suo complesso. Per questo motivo, è inevitabile che il testo sia costellato di spoiler qui e là, sebbene la trama dei singoli episodi non venga approfondita nel dettaglio. Leggete responsabilmente.

 

E finisce così. Con un intenso monologo della gentile e intraprendente Mary Morstan (Amanda Abbington), rivolto tramite una registrazione sia a Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch) che all’amato marito John Watson (Martin Freeman), prima che l’immagine sfumi in un enigmatico nero che fa istantaneamente pensare a un addio. Non si sa ancora se la serie avrà un futuro dopo questa apparente conclusione, specie se si considera il fatto che tutte le stagioni precedenti sono sempre terminate con un cliffhanger (più o meno imponente), senza mai porre un punto fermo; la sensazione attuale è che la parabola di Sherlock raccontata da Steven MoffatMark Gatiss si sia conclusa con Il Problema Finale, terzo e ultimo episodio della quarta stagione che ha tentato di rispondere a un gran numero di domande sulla serie e i suoi personaggi.

 

 

Una cosa è certa, però, arrivati a questo punto: la quarta stagione è una parentesi di un cammino più grande, un percorso attraverso i personaggi che tanto abbiamo amato negli ultimi anni e che, inevitabilmente, hanno infine avuto modo di mostrarci i loro lati più umani o oscuri (primo su tutti il caso di John Watson, che non si è rivelato poi incrollabile come pensavamo). Non solo: in armonia con un’analisi effettuata su queste stesse pagine lo scorso Natale, la quarta stagione di Sherlock ha dimostrato ancora una volta come la famiglia sia uno dei temi più narrativamente funzionali degli ultimi anni, tanto nei videogiochi quanto da semplici spettatori; una famiglia che non è sempre il più grande appoggio che un uomo possa sperare di avere.

 

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C’è indubbiamente molto da dire su questa stagione, e sarebbe quasi sacrilego volerla sviscerare in un modo diverso da come ci è stata prodotta dai suoi stessi creatori. Vediamo, quindi, di seguire il loro stesso percorso, partendo dalla Season Première e tenendo il Season Finale come nostro punto di arrivo.

 

The Six Thatchers – Le Sei Thatcher (scritto da Mark Gatiss)

La quarta stagione di Sherlock prende le redini del racconto esattamente dove L’Abominevole Sposa le aveva lasciate nel Natale del 2015. Dopo il lungo viaggio all’interno del suo Palazzo Mentale, il detective Sherlock Holmes si ritrova a dover fronteggiare James Moriarty ancora una volta nel mondo reale, seppur in una forma tutt’altro che fisica. Proprio per la presenza più “eterea” che concreta di Moriarty, Sherlock si affiderà al suo account Twitter descrivendo ogni spostamento, tentando di costruire un percorso e studiare le mosse di Moriarty in funzione di esso; ciò porta nell’episodio una serie di momenti particolarmente ilari, poiché l’amato detective si ritroverà a twittare anche nei momenti meno opportuni – durante il battesimo della figlia di John, ad esempio. La gravidanza di Mary termina infatti con una scena esilarante per lo spettatore affezionato, e da quel momento la coppia di sposi dovrà far spazio nella propria casa a una bambina tutt’altro che quieta: Rosamund Mary Watson.

 

 

 

The Six Thatchers è un duro colpo per i personaggi di Sherlock

Ma non è neanche questo, ancora, il punto più interessante dell’episodio. Esso, infatti, si fonda quasi interamente sul rapporto tra John e Mary, e in particolar modo sul passato di quest’ultima (vero fulcro della puntata intera), il quale, nel corso dello svolgimento degli eventi, verrà ulteriormente approfondito e dispiegato fino a svelarne anche i più minimi dettagli. Ne consegue uno Sherlock Holmes messo inevitabilmente in secondo piano, il che non è per forza un male se si considera il ruolo che avrà nelle puntate successive; ma è già in questo episodio che iniziano ad affiorare i lati più “tenebrosi” e – come già accennato – “umani” di tutti i personaggi coinvolti, lati che comunque i creatori non si sono mai dimenticati di accennare, nel male ma soprattutto nel bene (come quando Mary mette semplicemente KO Sherlock nell’attico di Magnussen). In The Six Thatchers, la bilancia si ribalta: il John Watson che abbiamo imparato a conoscere e amare per tutta la serie ha un momento di debolezza, un piccolissimo e insignificante scambio di sguardi con una ragazza su un autobus che, poi, si trasforma in un più significativo scambio di SMS. I creatori, a questo punto, non svelano ulteriori dettagli sul flirt con la misteriosa “E.” incontrata da Watson, ma il loro lavoro è già bello che fatto: quel John Watson incrollabile, fermo e dalla forte attitudine morale inizia a vacillare, mostrando allo spettatore il suo fianco più umano e proprio per questo, forse, suscitando in esso un forte fastidio. Il che non fa che confermare il buon lavoro svolto dalla scrittura di Gatiss.

 

Sherlock and RosieLa puntata prosegue e ruota attorno al classico “caso” che Sherlock si ritrova a risolvere a ogni episodio, che questa volta spetta all’enigma delle “Sei Thatcher”, sei busti di Margaret Thatcher acquistati in edizione limitata da un gruppo di ricchi conservatori nostalgici. Uno di essi nasconde un segreto, e la risposta a tutte le domande che la serie aveva fatto sorgere su Mary; si scopre, quindi, che la donna aveva mentito ancora una volta sul suo passato, e che faceva parte di un’intera squadra di agenti segreti che è stata tradita dal governo inglese. È proprio quando Sherlock scopre la verità e la quasi invisibile colpevole del tradimento, però, che giunge il momento drammaticamente più intenso della puntata: la dipartita di Mary Watson, che si sacrifica prendendo in pieno petto una pallottola diretta verso il detective. Ne consegue un urlo di profonda ira di John Watson, che si ripercuoterà direttamente su Sherlock: alla fine, il detective non è stato in grado di proteggere John e tutta la sua famiglia da una terribile frattura.

Con un’ennesima e gradita citazione al canone di Conan Doyle, dunque, l’episodio si conclude. Lo spettatore ignaro può solo immaginare cosa succederà dopo; e un messaggio segreto, registrato per Sherlock dalla stessa Mary, fa già intuire che il prossimo sarà un episodio molto duro per il neo-vedovo John Watson.

 

The Lying Detective – Il Detective Morente (scritto da Steven Moffat)
Sherlock è il protagonista assoluto di The Lying Detective

Con The Lying Detective (che letteralmente si potrebbe tradurre come “Il Detective Bugiardo”), la “linearità” – si fa per dire – della prima puntata della stagione prende una piega totalmente diversa. Fin dai primi minuti dell’episodio e addirittura dal primo fotogramma, Moffat si dimostra evidentemente impaziente di “giocare” con lo spettatore, e ci riesce anche in un modo abbastanza riuscito: l’attenzione si sposta questa volta su Sherlock (sebbene l’episodio inizi con una seduta di John da una terapista con accento straniero), seguendolo per buona parte della puntata e restituendogli il tanto meritato palcoscenico. Il caso da risolvere, stavolta, è uno dei più complessi che il detective abbia mai affrontato, propostogli da una ragazza che si è presentata a lui come la figlia di Culverton Smith (interpretato da un ambiguo e impeccabile Toby Jones), un ricchissimo e famosissimo filantropo che ha evidentemente una lunga serie di scheletri nell’armadio, e che Sherlock crede essere un serial killer dopo una serie di deduzioni basate sui racconti della figlia.

Con Sherlock come protagonista quasi assoluto dell’episodio, non c’è dubbio che si tratti di un episodio riuscito: l’umorismo del detective e le sue intramontabili capacità intuitive sapranno intrattenere lo spettatore fino alla fine, anche grazie alla sua straordinaria (e indiscutibilmente nuova) capacità di pianificare gli eventi persino con settimane e settimane di anticipo, una particolare “abilità” che era già apparsa nella puntata scorsa e che, pur essendo piacevole, allontanerebbe il detective da quella dimensione umana che i creatori hanno tentato di dargli… Se non fosse per il suo “problema” con la droga.

 

 

Ancora una volta, Sherlock viene dipinto come un tossico dai suoi cari, un uomo che non riesce a fare a meno della droga e di sballarsi per raggiungere le sue più alte intuizioni. Un uomo, in breve, che si sta apparentemente “rovinando con le sue stesse mani” dopo l’allontanamento di John Watson (impegnato, intanto, a combattere il fantasma di Mary in qualità di voce della sua coscienza); un uomo brillante e dalle capacità straordinarie, certo, ma pur sempre un uomo. Ed è allacciandoci proprio a questo argomento che giungiamo anche a parlare del lato più puramente tecnico e registico della puntata, che senza dubbio adopera un linguaggio cinematografico fenomenale: oltre ai soliti travelling spettacolari e al frenetico montaggio tipico della serie intera, infatti, l’episodio è caratterizzato da un gran numero di trovate visive che spiazzano lo spettatore tanto quanto lo stesso Sherlock è incapace di distinguere tra realtà e immaginazione. Ne conseguono un ambiente filmico e una messa in scena instabili, in continuo mutamento, che portano più volte chi sta al di qua dello schermo a chiedersi se quello che sta vedendo sia “reale” o frutto della dipendenza dalle droghe di Sherlock. Lo stile contorto di Moffat, in altri termini, si fa più visibile che mai in questo episodio.

Registicamente, The Lying Detective è fenomenale

Indubbiamente, tra dialoghi grotteschi con Smith, tentativi di riappacificazione tra Sherlock e John ed elevati istanti registici, il momento più alto della puntata si tocca nella sala dell’obitorio, quando, in preda a uno scatto d’ira, Sherlock minaccia Culverton Smith con uno scalpello, costringendo il vicino John a disarmarlo e a placarlo con violenza. In quel momento, la rabbia di John Watson si scatena sul corpo dell’indifeso detective, mostrando allo spettatore la brutalità di un uomo che ha da poco perso la moglie e non riesce comunque a liberarsi del senso di colpa.

Ben presto, crollano anche quelle poche certezze che lo spettatore crede di avere. L’intero affare della dipendenza dalla droga risulta essere una messa in scena architettata da Sherlock per attirare in trappola Smith, e per spingere John a svegliarsi dalla sua condizione di autocommiserazione per salvare il suo migliore amico; tutto ciò semplicemente per rispettare una richiesta di Mary nel messaggio registrato, in cui la donna chiedeva allo stesso Sherlock di “salvare John Watson“, anche se per farlo avrebbe dovuto “andare fino all’Inferno e tornare“. E John riesce effettivamente a salvare Sherlock in un momento critico, cogliendo sul fatto Smith e consegnandolo alla giustizia.

 

The Lying Detective Toby Jones

 

Nonostante le basse aspettative dei più critici, The Lying Detective si configura come un ottimo episodio (soprattutto a livello registico), che ben mette in campo i rapporti tra i personaggi, la loro psiche e i loro problemi individuali giocando continuamente con l’occhio dello spettatore, sebbene il “cattivo” di turno non abbia lo spessore e la spina dorsale che ci si sarebbe aspettati da un personaggio di tale calibro. Qualcuno potrebbe anche dire che Culverton Smith funziona poco proprio perché si sa fin dall’inizio che si tratta di una persona poco raccomandabile; a queste critiche, basterà rispondere che non è certamente lui il vero fulcro della puntata. A questo punto, infatti, il rapporto tra John e Sherlock sembra essersi definitivamente ristabilito, e la scomparsa di Mary dalla scena – fino ad allora presente come manifestazione della coscienza di John – fa presagire che le bufere peggiori, per i due amici, sono finalmente terminate. Il detective e il suo migliore amico dovranno però affrontare un’ultima prova, che si rivelerà essere in assoluto la più difficile di tutte.

 

The Final Problem – Il Problema Finale (scritto da Mark Gatiss e Steven Moffat)

E siamo giunti, infine, a Il Problema Finale, episodio conclusivo della quarta stagione di Sherlock che, per ironia della sorte, risulta essere anche “il problema finale” della stagione stessa. Si tratta infatti indubbiamente dell’episodio più discusso sui social e di quello che tanto farà discutere anche nel prossimo futuro, se si rivelerà essere il capitolo nettamente conclusivo della serie; e questo perché, nonostante l’indubbia qualità complessiva dell’episodio, porta con sé alcuni problemi che sembrano essere legati a semplici esigenze di tempo.

 

 

Come saprà chi è arrivato a leggere fin qui, The Lying Detective si concludeva con una rivelazione non indifferente: dopo diverse citazioni al canone per bocca di Mycroft Holmes (che continuava a chiedere al telefono di poter parlare con “Sherrinford”, il fratello maggiore dei due Holmes che alcuni appassionati di Doyle hanno supposto esistere), si scopre che in realtà Sherlock e Mycroft non hanno un fratello maggiore, ma una sorella minore. Euros, la sorellina dalla logica spietata e crudele dei fratelli Holmes, si è rivelata essere non solo la terapista di John, ma anche la donna che si è presentata nello studio di Sherlock travestita dalla giovane Smith per proporgli il caso di Culverton e mangiare patatine con lui. Non contenta, Euros ha voluto divertirsi ancora di più con John: ella era infatti anche la donna che gli rivolgeva sguardi ammiccanti e seducenti sorrisi sui mezzi pubblici, nonché colei che ha messo in difficoltà il buon medico nel suo rapporto con la moglie ormai defunta.

The Final Problem costringe i personaggi a un “gioco” contorto tra le mura di Sherrinford

Questa scelta degli sceneggiatori merita qualche parola in più: la costruzione della psiche di Euros è certamente ben riuscita nel corso dell’episodio, e dà vita a un personaggio inquietante che funziona proprio per la sua logica fredda e spietata. A tratti, la puntata sembra immergere i propri personaggi in un gioco contorto e disturbante tra le mura di Sherrinford, in cui Sherlock, Mycroft e John dovranno compiere delle scelte di vita o di morte per salvare o condannare dei poveri malcapitati. Indirettamente, inoltre, Euros infrange con gran vigore quell’obsoleto stereotipo basato sulla figura della donna come fragile e inguaribilmente emotiva, sebbene la sua vera natura sia poi decisamente più fragile di quanto non sembri in apparenza: la sua freddezza e la sua totale mancanza di sentimento la rendono un villain spietato, disturbante e spesso inquietante, specie quando decide di stupire con delle frasi simili a: “Ha veramente importanza se chi muore è innocente o colpevole“?

Loro malgrado, altri personaggi rimangono coinvolti nel terribile gioco di Euros, che scopriamo comprendere Moriarty solo per vie traverse e tramite alcune registrazioni precedenti la sua morte. L’entrata in scena dello stesso Moriarty, in questo episodio, avviene sulle note di I Want To Break Free in un flashback che solo dopo qualche minuto ci viene rivelato essere tale, dimostrando ancora una volta come Moffat e Gatiss siano impeccabili quando si tratta di giocare con le implicazioni, le presupposizioni e l’occhio dello spettatore in generale. A prescindere dalla trovata filmica, però, l’apparizione di Moriarty riporta sullo schermo in carne e ossa un personaggio che conferisce immediatamente il suo irriducibile carisma alla scena, concedendo allo spettatore una pausa di riso e di distensione tra un clamoroso colpo di scena e l’altro.

 

 

Diversa è la questione della povera Molly Hooper, costretta da Sherlock a confessare i suoi sentimenti via telefono entro pochissimi minuti, pena l’esplosione della sua casa; salvo poi scoprire che non c’era nessun esplosivo piazzato da Euros a casa di Molly, e che il tutto era stato architettato dalla donna per giocare coi sentimenti di Sherlock. Sentimenti che si manifestano sotto forma di una rabbia esplosiva appena la “prova” relativa a Molly viene superata con successo dal detective: l’uomo infatti distrugge con grande ira la bara di legno posta al centro della stanza, dimostrando ancora una volta di non essere totalmente indifferente ai sentimenti delle persone che lo circondano, e di sapere esattamente fin dove spingersi per non ferirle.

A questo punto, e soprattutto dopo ancora qualche minuto, appare chiaro quale sia il “caso” della puntata, da molti individuato proprio nell’interiorità di Sherlock e nel rapporto del detective con il suo passato: non è forse vero che, per pura formalità apparentemente gratuita, Mycroft si siede sulla sedia di Sherlock per “sottoporgli” il caso della sorella rinchiusa a Sherrington? Questi e altri elementi fanno effettivamente pensare che il “caso” sia questa volta relativo alla famiglia Holmes e, nello specifico, al palazzo mentale dello stesso Sherlock, che dovrà scavare nel suo passato più traumatico e scoprirne i segreti più oscuri per venire a capo della sua vera “identità”.

Sherlock and EurosIl personaggio di Sherlock, dunque, assume uno spessore e un potere drammatico ancora più forte alla luce delle rivelazioni della puntata: era Euros ad essere la personalità più geniale della famiglia, tremendamente gelosa di Sherlock e sempre più isolata dai suoi due fratelli maschi. Dopo aver perso il suo “Barbarossa”, Sherlock si è chiuso fortemente in se stesso, rimuovendo l’accaduto e rifiutando qualsiasi forma di affezione sentimentale; è, dunque, diventato un freddo calcolatore in seguito a un forte trauma, non soltanto per la sua impareggiabile cultura e intelligenza. Se ricordate le nostre analisi in quel di Santo Stefano, siamo di fronte a un caso in cui la famiglia si configura come un ostacolo, un qualcosa da superare per il raggiungimento di un’identità, e dunque uno dei tre approcci alla famiglia in senso narrativo da noi individuati. Ancora una volta, la famiglia si rivela un mezzo enfatico potente per convogliare significati e per costruire personaggi; il che, visto nell’ottica del linguaggio cinematografico, è indubbiamente ancora più affascinante.

The Final Problem soffre di una conclusione un po’ troppo affrettata

Peccato che tutti questi elementi, seppur grandiosi nel loro complesso, siano minati da una conclusione degli eventi che sembra a dir poco affrettata, con piccoli buchi di sceneggiatura qui e là, domande ancora aperte e passaggi decisamente troppo rapidi per conferire una forza drammatica che sembra non arrivare mai. Dopo la risoluzione dell’enigma della sua stanza, Euros diventa troppo in fretta la fragile ragazza che si vede nelle parti finali dell’episodio, Mycroft viene completamente tralasciato nella sequenza finale, John torna inevitabilmente al ruolo di semplice spalla da salvare e persino la “questione Molly Hooper” non trova alcuna risposta concreta nel finale proposto dai creatori. L’impressione, dunque, è che si sia voluto raggiungere troppo in fretta una conclusione che avrebbe probabilmente meritato un po’ di tempo in più, per quanto la costruzione dell’episodio – e questo è fuor di ogni dubbio – sia tutt’altro che sommaria e mal riuscita.

Menzione speciale, infine, per la splendida scena in cui Sherlock e Euros si ritrovano ormai a poter comunicare soltanto tramite la musica dei loro violini, in una sequenza straordinaria che sembra un’ode al potere della musica e delle arti in generale.

 

Eri più convincente nel ruolo di Lady Bracknell

Terminata la nostra umile analisi, una cosa appare chiara e fuor di ogni dubbio: la quarta stagione di Sherlock presenta comunque il caratteristico marchio di fabbrica dei due creatori per tutta la sua durata, un marchio che solo in pochissime e sporadiche occasioni è sembrato sbiadire nel corso delle serie precedenti anche soltanto per potersi riaffermare con estrema forza in una delle puntate successive. Ora che questa (prima? ultima?) parte della storia di Sherlock si è conclusa, si potrebbe quasi accostare l’intera produzione di Moffat e Gatiss a un lungo, tortuoso percorso, che ci ha portati sempre più vicini ai personaggi da loro ideati e costruiti per lo schermo. Un percorso che non poteva che terminare così: con un’ode alla famiglia, all’amore, all’affetto e, sebbene in modo indubbiamente più indiretto, al potere della poesia.

 

Sherlock Season 4



due parole sull'autore
Nato e cresciuto nell'epoca d'oro della prima PlayStation, ha visto il susseguirsi di almeno quattro generazioni di console fin da quando era bambino, ed è fermamente convinto che non smetterà mai di viverle sulla propria pelle. Suo unico rimpianto: non essere nato abbastanza presto da vedere la nascita dei primi videogiochi. Coltiva segretamente la passione per la scrittura, che sfoga sulle pagine di I Love Videogames proponendo folli idee (aka: rompendo le scatole) agli altri redattori. Gestisce anche il podcast Gameromancer e la sezione Speciali.
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