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…Dobbiamo, purtroppo, assassinarlo: affonda il coltello nella sua polpa vivente, è una rossa viscera…

Pablo Neruda – Ode al Pomodoro

 

Probabilmente non sono molto a posto, ma giocando a Super Meat Boy, vedendo il piccolo eroe cubico, polpetta pulsante di sangue, sfracellarsi ancora, ancora e ancora, adesso in mezzo a seghe circolari, ora aggredito da un suo simile, successivamente bruciato da una cascata di sale (soprattutto in quest’ultimo caso), mi veniva sempre in mente l’Ode al Pomodoro di Pablo Neruda. Anche perché è sicuramente meno macabro immaginare che quella che imbratterà ogni livello sia la polpa del più nobile e delizioso frutto della terra. L’opera di Edmund McMillen, vero e proprio cult del panorama indie, se non l’indie per eccellenza, è un continuo omicidio/suicidio in cui il macabro si trasforma in divertimento sempre più verticale, fino a toccare vette di estasi in cui la bestemmia, l’insulto, la maledizione, non la si caccia fuori dalla bocca a denti stretti ma sorridendo come beoti, ormai assuefatti alla sua perfezione (s)platform-centrica col degrado intorno.

Super Meat Boy è un incubo di emoglobine, me**a, burroni colmi di siringhe usate, missili a ricerca automatica e feti diabolici

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Santo cielo, la nostra nemesi è un feto che pilota un’incubatrice in frack. C’è decisamente qualcosa fuori posto e contorto nella mente dell’amabile Edmund, che tra qui e The Binding of Isaac mostra un appassionato feticismo per il disgusto, lo sporco e uno humor nero da denuncia penale. Ma non siamo qui per diventare novelli Freud, bensì per consacrare l’ennesima incarnazione di un classico, madidi di sudore dopo un’estenuante e ancora incompleta caccia al 100%, da qualche giorno anche su Nintendo Switch, annunciato con questo geniale trailer in stile televendita anni ’90. Numeri uno di sempre, nient’altro da dire.

Trasfusioni videoludiche

Super Meat Boy è un gioco sanguigno, brutale, che esaspera quel tipo di platform tecnico e metafisico nato dalle prime speedrun su Super Mario Bros. negli anni ’80. Salti al pixel, repentini cambi di direzione e un respawn fulmineo, che non ci lascia neanche il tempo di capire come siamo morti malissimo. L’esaltazione del trial & error all’ennesima potenza fino all’eccellenza, livelli compassati, cortissimi, da giocare trattenendo il fiato, manciate di secondi ricolmi di tecnicismi possibili solo con controlli perfetti, tutto, rigorosamente, religiosamente, di corsa. Due tasti (disposti a scelta tra quelli sparsi sul controller), corsa e salto, essenziale, quasi come un Game & Watch. Eppur bisogna saperla dosare tutta questa velocità, capendo quando usarla, tanto in orizzontale quanto nella meraviglia di salti a parete mai così gustosi, diventando un tutt’uno con le sue regole, la sua fisica, fino a farlo diventare arte cinetica, vedendo il percorso ideale e le sue geometrie pur tra mille minacce di morte, messe li più per distrarre e incutere timore che per ostacolarci. È un platform sotto steroidi e per competere con lui avremo bisogno di dopare i nostri riflessi tentativo dopo tentativo, mentre il gioco continua a sbatterci in faccia nuovi e fantastici elementi, rivoltando il gameplay e declinandolo in mille situazioni.

Super Meat Boy è la gioia di chi ludicamente vive di 2D, platform e old school, un’opera esasperatamente e virtuosamente tecnica, dove i controlli sono il sole cui gravita tutto intorno.

Anche davanti alla difficoltà, alla frustrazione, al lancio indiscriminato di Joy-Con dal settimo piano, non azzardatevi mai a rallentare, a volerlo giocare con attenzione pur di completare quel maledetto livello. Giocato così Meat Boy si rompe, non ha senso di esistere. Giocatelo invece ancora più cattivi, incarogniti, veloci, lasciando libero il vostro sistema circolatorio di pompare riflessi alle dita, fino all’autoerotismo della vittoria. Ogni livello ha un record da battere con cui sbloccare letteralmente il suo lato oscuro, raddoppiano il divertimento e snocciolando un altro grano del rosario. Ci sono poi geniali glitch che sbloccheranno livelli in pura pixel-art, portali che ci teletrasporteranno verso sfide particolarissime impersonando altri personaggi e cerotti da raccogliere nelle posizioni più impensabili e mortali, un po’ collezionabili con cui far germogliare il proprio ego, un po’ valuta utile a sbloccare altra carne da macello, tra camei ed altri essere inquietanti, ognuno dotato di caratteristiche utili a rivoltare totalmente il gameplay. L’opera del Meat Team è divertimento assoluto, soprattutto per i puristi del plaform 2D e i completisti, costantemente sfidati da un level design allo stato dell’arte, didattico, capace di elargire le soddisfazioni dei più grandi di sempre, senza mai copiarli e scimmiottarli pur venerandoli e citandoli. E poi c’è l’amore, come Mario vuole salvare Peach, Meat Boy vuole salvare Bandage Girl, rapita da quell’infame misogino di Dr. Fetus. Quando c’è l’amore, tutto il resto è ancor più meraviglioso.

Dismaland

Un po’ come il parco “divertimenti” dello street artist Bansky, il contorno in cui si muoverà il nostro succulento eroe è un bipolarismo di arte e degrado, dove uno non esclude l’altra. Fondali che mischiano uno stile quasi cartoonesco alla pixel art, gag stilizzatissime a cui solo le brutte persone possono ridere (eccomi) e ambientazioni totalmente fuori di senno. Ospedali abbandonati colmi di rifiuti organici, apice del disgusto stilistico, fabbriche di sale protette da sistemi di difesa  eccessivi, complessi residenziali di periferia infestati da simil-boo “Silent Hill Edition” e poi l’inferno, più che mai dantesco, bollente, assolutamente in linea con i pensieri del giocatore in cerca della perfezione, nonché uno spaccato del suo irrimediabile futuro ultraterreno. E poi livelli totalmente in controluce, stile ombre cinesi, dove esaltare il proprio intuito e spavalderia, dettagli deliziosi (non so se sia la parola giusta) come il sangue che sporcherà ogni superficie che Boy sfrutterà, il “cic-ciac” dei velocissimi passettini dello stesso immersi nel suo stesso succo vitale e soprattutto i replay di fine livello, in cui ogni Meat Boy usato, maltrattato, fino all’unico sopravvissuto, sfileranno a schermo contemporaneamente su un red carpet decisamente umido. Insomma, un classico anche dal punto di vista tecnico, sempre accompagnato da musiche cucite addosso alle ambientazioni (pur non essendo più la colonna sonora delle origini, per motivi di licenze e burocrazia varia), dall’heavy metal infernale all’elettronica distopica e macabra dei livelli più vunci e disturbanti, eppur irresistibili perché unici, colmi della personalità di chi osa e sfida il buon gusto per arrivare anche ad una sottile denuncia sociale (o forse no, ma potrebbe essere).

In conclusione...
9
“Spaghetti & Meat...Boy, cotto e mangiato!”
Super Meat Boy su Switch è sempre il capolavoro che più o meno tutto conoscevano ma che io non avevo mai giocato, trovando una perla del platforming tecnico, con livelli spietati dal design superbo, controlli di puro piacere ludico e varietà, varietà, varietà, che si traduce in una longevità da "se muoio ancora smetto... e invece no" che obbliga moralmente a cercare il 100%. La modalità Run con cui condividere i Joy-Con e le conseguenti confessioni nella chiesa più vicina con un amico/parente completa l'offera di un classico che non invecchia mai, consacrando McMillen e il suo ragazzo di carne nell'olimpo del panorama indie e ludico tutto.
Un platform con le palle quadrate
Controlli perfetti
Stile visivo "degrado-chic" unico
Difficoltà al servizio del divertimento
x Rare sezioni meno riuscite

due parole sull'autore
Un milanese col cuore sui colli piacentini, "romantico" del videogioco con una spiccata predilezione per tutto ciò che viene da Kyoto e dal passato. Se non lo beccate nel Regno dei Funghi, lo potete trovare su qualche pista virtuale a bordo di qualche bolide che non potrà mai permettersi, a causa della sua sindrome da shopping videoludico compulsivo. Appassionato tifoso dell'F.C. Internazionale, segue anche le imprese dei grandi del ciclismo. Nel tempo libero cerca qualcuno con cui confrontarsi sui film di David Lynch senza che egli muoia di noia.
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