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il 22 aprile 2017, 09:59
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In questa nuova rubrica a cadenza… Pietro, che cadenza è? Mensile? Insomma, in questa nuova rubrica dal titolo “Storie di vita giocata“, la redazione si racconterà tramite strampalati aneddoti riguardanti il nostro modo di intendere e di vivere il divertimento videoludico. Ciò che può sembrare mero narcisismo, è solo un modo per chiacchierare, metterci a nudo e farci conoscere un po’ meglio da voi (che siete sempre di più!), senza filtri, sperando di sentire anche le vostre interessanti storie (questo è il vero obiettivo!).

 

Se siete mai arrivati a fondo pagina leggendo i miei articoli, avrete letto del mio particolare amore per i colli piacentini, situati tra le meravigliose valli appenniniche scavate da Tidone e Trebbia. Esserci cresciuto e averci passato tutti i weekend fino a circa 14 anni ha contribuito certamente a farmi vedere con gli occhi dell’innamorato quei luoghi, quei panorami, quel verde. Ma non solo, una delle cose che ha più contribuito ad alimentare questo enorme amore è stata un’altra mia passione al limite del feticismo: quella per le console portatili Nintendo. Quello che per me rende così speciale le portatili, è il fatto di essere un oggetto piccolo, con dei confini ben precisi, da stringere tra le mani e al cui interno si sviluppano storie e gameplay quasi in maniera autonoma, a differenza del “gioco da salotto” (abbondantemente praticato ovviamente), più dispersivo e meno personale. Ragionamento un po’ particolare e fantasioso forse, ma vi avviso subito, questo speciale sarà un po’ I Love Videogames, un po’ National Geographic (o Linea Verde, fate voi) e un po’ amarcord (o un imbarazzante diario segreto, fate voi!), dopo qualche bicchiere di Gutturnio. Una sorta di stream of consciousness, via. Curiosi? Dai partiamo allora, e come sempre, buona lettura, con in sottofondo la canzone che più di tutte si addice (nella mia mente) a questo speciale.

Cresciuto con una piccola console grigia che ha rivoluzionato la pop culture in ambito videoludico, il weekend, quando i miei mi portavano in quel dell’Emilia, voleva dire rinunciare a un certo Final Fantasy VIII, non so se mi spiego! Fun fact, per il primo mese abbondante di gioco non sono riuscito ad uscire mai dal Garden, quando bastava semplicemente far camminare Squall verso di me, nell’ultima schermata del fantasioso complesso universitario, prima della world map. Ma questa è la storia di un videogiocatore alle prime armi un po’ impreparato, come mettere un neo patentato su un Eurofighter. Fatto sta che l’avere una piccola console portatile verde acqua era una piccola manna, uno sfavillante Game Boy Color al cui interno riposava un intero mondo in miniatura, quello di Pokémon Blu. Non ero certo un bimbo sedentario e pigro comunque, non stavo solo li a “rincoglionirmi davanti a uno schermo”, testuali parole di mio papà, però era una delle mie attività preferite, non a caso adesso scrivo qui. Allora tra un giro in bici, una partita a calcio in un campo improvvisato e soprattutto in pendenza (tipo Holly & Benji) e un match a tennis, ecco che tiravo fuori il mio Game Boy, che da Color diventò Advance (con un monolite nero lasciato a Milano), con qualche anno in più sulle spalle e sempre accompagnato, lungo le stagioni, da paesaggi come questo.

Le foto sono rigorosamente scattate da me, mica cerco su Google Immagini!

E’ proprio una questione di paesaggio, baciato dal sole, il quale carezzava coi sui raggi anche lo schermo non retroilluminato dei primi modelli, con conseguente ricerca di ombra o di una posizione consona a vedere almeno i contorni del level design. Fatto sta che sui primi modelli era praticamente impossibile vedere il gioco come l’avevano creato gli sviluppatori. Nella mia mente questa atmosfera si sposa e si sposava a meraviglia con certe opere, come Zelda: Minish Cap, Fire Emblem, Golden Sun. Erano elementi della mia vita che si completavano a vicenda, questione di occhiate, prospettive, sensazioni. Uno sguardo allo schermo e uno alla natura, senza mai dimenticarmi di uno o dell’altra, era questo che rendeva quei momenti così particolari. Soprattutto con il gioco che più mi fa pensare a quei colori, profumi, momenti: Mario & Luigi Superstar Saga, giocato, divorato, adorato durante due settimane di vacanza estiva.

Quello fu veramente amore a prima vista, grazie anche al luminosissimo (finalmente), schermo del bellissimo modello SP. Un gioco di Mario in salsa RPG? Ma che figata! Ai tempi non conoscevo ne “Il Portale Millenario” della serie cartacea ne tanto meno il vero e proprio gioco di ruolo sviluppato da Squaresoft per SNES. Il mix di platform, puzzle ed RPG è perfetto, clamoroso, fresco, con colpi di genio costanti e insuperati per tutto l’arco della saga, attiva tutt’oggi. Poi alzavo lo sguardo a vedevo il tramonto dal finestrino della Lancia Y dei miei, con le vigne che brillavano come se il sole si fosse sciolto sulle loro foglie e il cielo color lavanda.

La grande bellezza…

Quelli erano anche gli anni in cui stavo affinando la mia cultura musicale, saggiando tutti i generi e trovando nel rap metal dei Rage Against The Machine un ottimo modo per migliorare le mie prestazioni tattiche nelle guerre avanzate di Advance Wars 2. Era qualcosa di miracoloso, ve lo giuro, intere missioni e schermaglie che prima parevano impossibili, diventavano un semplice esercizio di guerra sulle note di canzoni del genere. D’altronde uso queste tenui note anche per correre, tipo doping, salvo poi cadere al suolo stremato quando tolgo le cuffie, come quando Link finisce il vigore in Breath of the Wild. (Per la gioia di Antonino Lupo. Vai Tom!)

Dal “rumore” metallico della band di Zack de la Rocha si passava poi a quello soffice degli acquazzoni sull’erba, tamburellante sul tetto dell’auto e assordante sulla tettoia in plexiglass, vista nuvole, di casa. La pioggia, un altro dei miei grandi amori e feticismi, aveva un effetto totalmente calmante sull’inquieto adolescente come ero (e chi non lo è stato, dai). Mi piaceva talmente tanto che mi spingeva a giocare il loop l’intro di Golden Sun, incredibile gioco di ruolo firmato Camelot (ora rinchiusa nella prigione dorata dei “Mario Golf-Tennis-Bocce-Briscola-Campana”), che si apriva con un terribile acquazzone dalle conseguenze tragiche nel villaggio del protagonista. Da notare la bellezza dell’illuminazione causata dai fulmini, davvero un tocco di classe da maestri del 2D.

E con questa attitudine che ho di mischiare reale e virtuale, era ovvio che amassi anche uno dei livelli più belli di Wario Land 4, la tropicale e soprattutto pluviale Monsoon Jungle. Wario Land 4 signori, già ho distribuito amore sotto forma di parole nella retrocensione del terzo capitolo, ma questo (che è molto diverso come impostazione) è un gioco talmente fenomenale e audio-visivamente lisergico da meritare almeno un’altra retrocensione a tempo debito. Nel frattempo vi dono uno spezzone di godereccio gameplay, da gustare accompagnato da pane rustico e coppa piacentina. Sentite che audio dissonante, guardate la stagione delle piogge in azione. Pura magia dei designer più folli di Nintendo, ora sparsi chissà dove tra i vari studi di Kyoto. La speranza per un Wario Land 5 su Switch non morirà mai.

Stiamo parlando del piacere ludico, cosa c’è di più ludico e piacevole della mica tanto sana e genuina cucina emiliana. Il gameplay è semplicissimo, forchetta e coltello alla mano e mandibole ben salde, non dovete far altro che lasciarvi andare ai sapore e ai profumi del cibo campagnolo, con i suoi salumi, tortelli, vini e verdure dell’orto. Una roba da almeno 99 su Metacritic (non 100, il rompi palle hater che mangia solo Spinacine Aia c’è sempre). Piatti saporiti, rotondi, inno nazionale delle papille gustative, classici come quel Super Mario World conosciuto nella sua incarnazione portatile e finito al 100%, dopo mille peripezie e imprecazioni creative ma innocenti (le bestemmie erano ancora un tabù all’epoca!). Ecco, il 100% era una cosa comune per un ragazzino che si doveva far bastare i giochi comprati con la paghetta, mica come adesso; ho un back log talmente lungo che se dovessi tramutarlo in ore riuscirei a dispensare divertimento alle prossime due generazioni Calzati. Ma questa fatica non era certo paragonabile ad un’altra attività dalla giocabilità cristallina, ovvero cercare di colpire mio papà e mio fratello (i quali cercavano di colpire me a loro volta) con delle palline da tennis, dentro al fiume Trebbia fino alle ginocchia. Un gioco di precisione e riflessi, reso ancora più impegnativo da una meccanica innovativa: le palline gialle infatti, cadendo ripetutamente nel fiume, raddoppiavano man mano il loro peso e la loro portata di dolore, geniale. Roba da Telefono Azzurro o da Trattamento Sanitario Obbligatorio, però in campagna ci si diverte così, eccome se ci si diverte! Una sorta di arena shooter che relega Doom in un angolino della Storia.

Eccola l’arena dell’innovativo shooter multiplayer!

Poi si cresce, si incontra la donna della propria vita (ciao Ele!), sia aggiungono amori a questo amore per la natura, per questo stile di vita e le persone che vivono quotidianamente questi luoghi. Si aggiunge una fidata e scattante Fiat Punto blu notte (coi sui ben 69cv!), con cui scorrazzare libero per quelle stradine, così adatte al magico mondo del rally, con il loro asfalto mangiato dal susseguirsi delle stagioni e gli alberi rigogliosi, di un verde brillantissimo, ad accompagnarne i sinuosi fianchi. Le strade, il godersi quei panorami on the road, fa parte della magia. Una magia che ho sempre cercato di rendere virtuale, con i vari Gran Turismo per esempio, ma mancava sempre qualcosa, mancava libertà ovviamente. Quella arrivò come un fulmine a ciel sereno l’estate scorsa (sto sviando dalla passione per le portatili, solo un attimino), grazie ad una Xbox One rigenerata che mi ha introdotto al mio sogno di una carriera videoludica di mezza estate: Forza Horizon 2. Il titolo Turn 10 ricalca proprio certe strade, colori, borghi, tutti in chiave prettamente estiva, che spaziano tra Emilia-Romagna, Toscana e Liguria (e Francia). Un titolo assolutamente incredibile proprio per il suo setting, oltre che per il gameplay messo a punto da dei veri meccanici della programmazione. La stretta allo stomaco che ho provato giocandoci a fine settembre, quando ormai stavo per dire “arrivederci all’anno prossimo, estate piacentina“, è la testimonianza di quanto guida, estate ed Emilia siano una Triforza nel mio cuore. Si, perché è ovvio che anche durante il resto dell’anno in un’ora sono già su quelle strisce di asfalto, ma quello che conta è cosa ti trasmettono, ripeto, i colori, i profumi e i raggi del sole. E poi sono fissato (e avrete notato che di fissazioni ne ho parecchie) con la stagionalità dei giochi, un po’ come uno chef con quella delle verdure. Tendo a fare fatica a salire sullo snowboard di SSX d’estate a splattare giapponesi su Splatoon d’inverno, poi magari succede, ma nel mio cervello un piccolo omino ossessivo compulsivo (un mini Detective Monk) mi dice che sto sbagliando.

E sempre crescendo poi si vivono i weekend o, quando capita, le settimane in una maniera diversa, certamente più consapevole, sentendo il tempo scivolarti sulla pelle e assaporando in totale relax i magnifici vini della zona, nel dopo cena ancora illuminato dalle ultime luci del tramonto, nel mezzo di una graziosa piazzetta a Pianello. Allora guardi tutto con gli occhi di un bambino, come se vedessi quei colli la prima volta, e come da bambino, sempre accompagnato da una portatile, questa volta l’highlander 3DS (ho saltato a piè pari la parentesi DS perché ne ho già parlato parecchio su queste pagine! E c’è stata anche una meravigliosa parentesi PSP, “consolina” assolutamente incredibile e tempestata di diamanti, ma ci sarebbe da occupare tutto il palinsesto del sito. Magari nella prossima puntata ne parlo). Certo, la magia del Game Boy Advance non l’ho mai più provata con nessuna console, portatile o fissa che sia (ad andarci vicino solo PSP e DS), però la stereoscopica è una compagna di viaggio davvero eccezionale. Sapete qual è l’unica cosa che le manca? Giochi da pioggia! Forse Luigi’s Mansion 2 (magistrale) adesso che ci penso. Alla prima bomba d’acqua (neologismo inventato da meteo.it, prima erano semplici temporali estivi) lo provo, d’altronde quando ci giocai la prima volta era periodo di siccità! E poi arriverà il momento di Switch, giusto tra qualche mese, assolutamente. Ma penso che non mi fiderò mai a portarla in luoghi pieni di pietre acuminate e acqua come le rive del Trebbia. 3DS avrà ancora lunga vita durante i miei viaggi, campagnoli, marittimi ed extracomunitari! Prossimo gioco dell’estate? Ovviamente questo!

Io adesso vi saluto, ho parlato anche troppo, sperando di avere il piacere di essere letto ancora da voi su queste pagine (vi do un’indizio, è il terzo capitolo della saga “disegnata” da Benoit Sokal). Spero di avervi divertito e interessato, magari incuriosito a visitare una vera perla italiana. La cosa certa è che mi sono tremendamente divertito a scrivere questo articolo e che amo questo mestiere. Buon ponte del 25 aprile ragazzi, vi lascio con un’altra perla musicale, stra-presente nella mia autoradio (tanto da ricevere minacce di morte se non cambiavo CD), Jamiroquai e il suo acid jazz.

I Love Videogames.



due parole sull'autore

Un milanese col cuore sui colli piacentini, “romantico” del videogioco con una spiccata predilezione per tutto ciò che viene da Kyoto e dal passato. Se non lo beccate nel Regno dei Funghi, lo potete trovare su qualche pista virtuale a bordo di qualche bolide che non potrà mai permettersi, a causa della sua sindrome da shopping videoludico compulsivo. Appassionato tifoso dell’F.C. Internazionale, segue anche le imprese dei grandi del ciclismo. Nel tempo libero cerca qualcuno con cui confrontarsi sui film di David Lynch senza che egli muoia di noia.

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