Quattordici anni nell’ambito videoludico sono un’eternità, specie nel genere del GDR. Molti dei concetti all’epoca pionieristici, sono ormai considerati classici o addirittura arretrati e l’innegabile balzo nella resa grafica li rende difficili da digerire alle nuove generazioni di giocatori.
Non che ci sia nulla di male in ciò ma ammettiamolo: con le notevoli contaminazioni del genere action prese in questi ultimi anni, l’era d’oro del gioco di ruolo occidentale sembra più che mai un lontano ricordo.
Giochi come Fallout, Diablo e Baldur’s Gate erano considerati capisaldi del genere, ognuno con meccaniche differenti ma tutti con un merito in comune: riuscirono a sdoganare quella che, sino ad allora, era rimasta una tipologia di gioco piuttosto di nicchia verso il grande pubblico, nel modo più “duro e puro” possibile.
Ora, a quattordici anni di distanza, e con un ambiente completamente differente Overhaul Games si propone di riportare i giocatori a quei tempi, senza compromessi e senza rimaneggiamenti: ciò che abbiamo avuto modo di provare, con Baldur’s Gate: Enhanced Edition è un vero e proprio tuffo nel passato, verso quel periodo in cui il gioco di ruolo occidentale esplose in tutta la sua magnificenza.
Il lavoro di Overhaul è stato relativamente semplice: con Baldur’s Gate: EE non ci troviamo di fronte ad un remake, ma ad una riedizione, che nonostante i contenuti extra, non modifica in nessun modo l’esperienza di gioco che potevamo trovarci di fronte nel 1998.
La visuale è ancora isometrica, il gioco è ancora fortemente basato sull’esplorazione e sul dialogo con i PNG e le modifiche minori all’interfaccia grafica si limitano a renderne più facile l’approccio da parte dei nuovi giocatori.
Per contro, i fan di vecchia data potrebbero trovarsi inizialmente infastiditi da alcune scelte (come, ad esempio, la sostituzione delle sequenze animate con semplici illustrazioni in stile fumettistico) ma già mettendo mano alla creazione del personaggio, i dubbi lasciano il posto ad una piacevole sorpresa, nello scoprire che non solo sono state implementate le varie classi introdotte da Baldur’s Gate 2, ma anche alcuni kit precedentemente ignorati da Black Isle.
Il punto di forza del gioco, paradossalmente, è però la sua aderenza all’originale. Come un buon vino, l’Infinity Engine è invecchiato in maniera egregia, limando tutte quelle piccole imperfezioni che già all’epoca rendevano poco digeribile l’interfaccia di gioco: anziché una spigolosa schermata in toni di grigio e verde, le varie finestre compaiono con una più brillante veste blu-oro, molto più ampie e organizzate che nell’originale. Laddove i vecchi fan avranno un’immediata familiarità con ogni singolo pulsante, i nuovi giocatori si troveranno di fronte a schermate più ampie e meglio organizzate che nell’originale (indispensabile per interpretare correttamente i vari valori che definiscono le caratteristiche dei nostri personaggi), spesso ridondanti, ma mai scomode.
Gli autosalvataggi non richiedono più un passaggio ad una schermata intermedia di caricamento (limitandosi ad una notifica nella finestra di riepilogo in fondo allo schermo, senza spezzare l’azione del gioco per più di una frazione di secondo), e tanto le animazioni degli incantesimi migliorate, così come la possibilità di zoomare, migliorano nettamente l’impatto scenico senza però rovinare l’effetto retrò.
Per contro, invece, i nuovi moduli di gioco e le aggiunte alla trama principale, non sembrano affatto tali: i tre nuovi personaggi (la guardia nera Dorn, il monaco Rasaad e la maga selvaggia Neera) sono talmente ben costruiti e inseriti nell’ambientazione che danno l’impressione di esservi sempre stati.
Allo stesso modo, la decisione di separare la nuova campagna ambientata nel Sottosuolo (una sorta di “modalità arena” sotto mentite spoglie), permetterà ai puritani del gioco di completarlo senza però rinunciare al senso di novità.
Le note dolenti arrivano però quando si parla dell’impatto sul pubblico: durante questa recensione avrete notato più volte l’uso del termine “puro” o “purista”, ed è proprio a questa categoria di fan che è mirato, ora come allora, Baldur’s Gate: EE.
Il gioco non scende a compromessi con altri generi, limitandosi a fare ciò che sa fare meglio nella maniera più egregia possibile: non troveremo quindi contaminazioni action, i dialoghi saranno al solito lunghi e spesso tediosi, costringendo il giocatore a seguirli fino in fondo nella speranza di una nuova quest o qualche indizio su quella attuale.
I fan del GDR ritroveranno, purtroppo, gli stessi difetti nel gameplay dell’originale, dalla lunga serie di inutili PNG (la cui unica ragione d’esistere è di creare atmosfera con commenti sulla situazione politica del gioco o su eventi narrati nei manuali di D&D) ai problemi dell’IA nel calcolo del percorso.
Allo stesso modo, l’originale senso di frustrazione dato dall’interpretare quello che è, essenzialmente, un gruppo di avventurieri neofiti (e relativamente incapaci), presi dalla bambagia e lanciati di peso in mezzo ad eventi esponenzialmente più grandi di loro, permea l’intera prima parte del gioco anche in questa riedizione, trasformando ogni singolo scontro in un evento potenzialmente letale.
Così come nel gioco di ruolo cartaceo ricreare un personaggio completamente da zero dopo aver assaporato l’ebrezza di alti livelli di esperienza risulta sicuramente frustrante, il fatto che molti giocatori si siano abituati alle massicce dosi di devastazione e scontri epici offerti da Baldur’s Gate 2: Shadows of Amn, potrebbe in qualche modo minare la voglia di ripercorrere i primi, stentati, passi del figlio di Bhaal.
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