Se c’è un giorno che pensavo non avrei mai visto è quello in cui do a un gioco Pokémon 10 su 10. E sia chiaro che lo faccio soltanto perché oltre 10 non posso andare.
Di Game Freak conosciamo tutti gli errori, abbiamo già criticato qualsiasi possibile punto a sfavore e se recensissi oggi ScaVio sarei ancora più cattivo. Ma con il voto numerico – perché alla fin fine, non diciamoci palle, è la facciata che in I Love Videogames cerchiamo di sovvertire e soggiogare al nostro fine più umano di descrivere un’esperienza di gioco.
Se c’è un modo di scrivere una lettera d’amore a un brand, Pokopia è esattamente quello. È il gioco perfetto per celebrare un trentennale di un brand che sembrava aver perso l’anima, usando sì le solite mille ammiccate nostalgiche ma dimostrando di saperlo fare anche con cognizione di causa.
E infatti, nemmeno a dirlo, Game Freak è coinvolta di striscio.
L’esperienza che ho avuto con Pokopia non la può assolutamente descrivere un voto o un prezzo.
La facciata di un life sim fatto meglio…
“Non avete idea di quanto enorme sia Pokopia.”
Le settimane precedenti al rilascio per me sono state un continuo leggere questa frase ribattuta ovunque. E no, sinceramente non ne avevo proprio idea.
Superare il maestro Forse poco probabile senza la collaborazione con Omega Force
Chiariamoci, io mi aspettavo un Animal Crossing (Minecraft-izzato) dei Pokémon e l’ho pure avuto. Qualsiasi cosa abbia trovato nel life sim del lockdown l’ho trovata ovviamente anche qua, a volte anche palesemente riusata 1:1 (le espressioni dei Pokémon, ad esempio, sono proprio le stesse). Ma
Omega Force riesce a superare il maestro a cui s’è ispirata migliorando praticamente tutti i talloni d’Achille che il Bosco degli animali finisce a evidenziare fin troppo, vuoi perché è un gioco “chill” e non ha interesse a farti fare le cose rapidamente.
Eppure quei problemi che io non avevo nemmeno notato troppo in Animal Crossing te li sbatte in faccia proprio Pokopia, mentre li risolve tutti insieme. Basta raccogliere un oggetto per volta con un’animazione lentissima: aspira tutto quanto insieme. Basta dover aspettare due giorni per una costruzione: facciamo che il tempo varia in base alle dimensioni – e tanto per sicurezza facciamo che puoi anche costruire una casa in stile Minecraft, metterci il tempo che vuoi, personalizzarla
al millimetro e smontarla e rimontarla quante volte vuoi.
Ma un gioco del genere ha bisogno di un tutorial enorme (come, appunto, Animal Crossing insegna). Ed
è qui che Pokopia si dimostra enorme e svergogna il maestro. Pur avendo un sacco di meccaniche da insegnare, perché alle costruzioni e decorazioni di Crossing si aggiungono cose come la fusione dei metalli, la rete elettrica, il terraforming in blocco, gli habitat dei Pokémon… e in più Omega Force, invece di tenere Ditto in una sola mappa per trenta ore a insegnartele, le divide su più mappe ognuna delle quali è tematizzata su quella meccanica.
Il risultato è che, per quelle trenta ore (forse meno) di trama
hai sì seguito un enorme tutorial, ma al contempo anche una trama vera e propria.
…su uno sfondo che è molto “life” e ben poco “sim”.
La grandezza di Pokopia sta in quel che gli riesce bene non solo come videogioco, ma anche come
veicolo di un messaggio importantissimo. Spesso negli scorsi venti e più giorni mi sono detto che mi aspettavo di giocare un Animal Crossing dei Pokémon, e invece mi sono trovato più e più volte angosciato a pensare a ciò che stavo leggendo – e non potrei esserne più felice.
Pokopia presenta un mondo distrutto per via di un collasso climatico, da cui gli umani sono misteriosamente scomparsi. E anche i Pokémon in realtà, finché Ditto non appare nel mondo di gioco di fronte al professor Tangrowth. Incontrare uno Squirtle svenuto è il primo passo per ricostruire il mondo, facendo apparire nuovi Pokémon e imparando nuove mosse per farne apparire sempre di più.
Ditto: un Pokémon che, di solito, serve solo a far uova per i Pokémon da usare in competitivo (o per le shiny hunt), qui diventa protagonista e molto di più. È grazie alla sua abilità (quasi) unica che può asservire a un obiettivo molto più grande – quello di risanare un mondo morto e, speranzosamente, far “riapparire” gli umani come succede con i Pokémon. Su questo concetto non voglio soffermarmi troppo perché servirebbero spoiler, basti sapere che la verità dietro queste riapparizioni è molto più profonda e angosciante.
Il sottotesto è che non ti stai limitando a costruire un mondo a tuo piacimento Puoi farne quel che vuoi, ma alla fin fine sentirai sempre che il tuo compito è
far rinascere qualcosa che è andato perduto. Non stai solo plasmando un mondo in origine vuoto – ogni tuo sforzo ha ricreato, in una nuova veste, i fasti di qualcosa che conosci ed esisteva già.
Pokopia parla di collasso climatico. Parla di risanare un mondo morto, e mettere il compito in mano a qualcuno dall’aspetto buffo e apparentemente poco utile. Di più:
parla di sforzi comunitari, di chiamare a sé i propri simili e anche i rivali per lavorare insieme a uno scopo più grande, forse anche troppo per un semplice ammasso rosa che può trasformarsi – o per un Tangrowth più studiato del normale. Parla anche di un rapporto che i videogiochi Pokémon raramente espandono – quello tra
Pokémon e umani, che in Pokopia viene sbattuto in faccia al giocatore con una forza senza precedenti per il brand. O forse ce l’ha sempre quella forza, ed è questo che ci spinge a farci del male comprando videogiochi palesemente non al passo con i tempi?
Il gioco parla anche direttamente a noi, che stiamo dall’altra parte di uno schermo e chissà se effettivamente recepiamo quel messaggio. È fortissimo e io l’ho recepito: come mi sentirei se tutto finisse e dovessi dire addio all’amico più fedele che ho avuto per una vita intera? Lo fa tramite reperti, ricordi, sessioni multiplayer, magari una foto – ma
non una semplice foto: una a cui teniamo particolarmente, che ci ricorda degli amici a noi più cari al punto che la porteremmo con noi in un viaggio senza ritorno. Pokopia attinge a un passato che abbiamo decisamente vissuto, immaginando una fine che potremmo decisamente vivere e ricordandoci che possiamo decisamente combatterla se lavoriamo tutti insieme con lo scopo in mente.
A te, oltre lo schermo
È proprio Ditto
il ponte che collega i Pokémon lasciati soli ai propri allenatori misteriosamente scomparsi, e anche a chi sta oltre lo schermo con il controller in mano. Un Pokémon in grado di trasformarsi, che appena sveglio assume le sembianze del proprio allenatore di cui ha nostalgia – le sembianze che noi, noi che giochiamo, gli abbiamo dato, e quindi indirettamente le “nostre” sembianze. Indirettamente siamo noi quell’allenatore che, sparito, ha lasciato in Ditto un’impronta così grande da diventare
la forma della nostalgia, il primo pensiero di un Pokémon che si ritrova abbandonato dopo un lungo sonno.
Noi siamo quegli allenatori. Nel gioco siamo chissà dove, e i nostri Pokémon si svegliano pensando costantemente a noi. “Come staranno? Chissà se possono vedere quell’edificio” si chiede più volte il professor Tangrowth.
E noi quell’edificio lo vediamo, ma da oltre lo schermo – lo vediamo e non possiamo toccarlo. Tutto ciò è un’esperienza straniante: i Pokémon costruiscono qualcosa sperando che gli umani lo vedano, senza mai sapere che un umano lo sta effettivamente vedendo. Trovano diari e pagine di articoli scientifici pieni zeppi delle risposte che cercano – e tuttavia non sanno leggerle, e quelle pagine parlano solo a chi sta oltre lo schermo e non può far nulla se non osservare, con un nodo allo stomaco, i Pokémon mentre vivono la loro beatissima ignoranza senza esseri umani.
Insomma, i Pokémon diventano protagonisti esaltati fin nei più piccoli dettagli delle interazioni con loro – o
tra loro, che in un gioco in cui possono parlare dà vera e propria vita ad amicizie e rivalità che conosciamo già da ormai trent’anni. Un lavoro che oserei definire chirurgico,
una celebrazione non solo dei Pokémon ma anche di chi li ama e li ha amati per tutto questo tempo.
La mano santa di Omega Force ha perfezionato qualcosa che Game Freak ha introdotto nel DLC di ScaVio e dal un sapore piuttosto sciapo: la sincronizzazione tra Pokémon e allenatore. Un concetto che qui, se da un lato è coronato con l’immedesimazione nei Pokémon, dall’altro invece viene completamente ribaltato. Molto di quanto vedi parla anche a un umano, ma i Pokémon non lo sanno; e al contempo parte di quanto vedi parla
solo a un umano,
perché i Pokémon non sanno (leggere). E così il legame fisico tra umani e Pokémon che abbiamo sempre dato per scontato è reciso e relegato a legame solo emotivo, lasciando aperti
dei canali di comunicazione che sono praticamente sempre unilaterali.
È quasi assurdo, ma è come se si chiudesse quasi del tutto un cerchio lasciando solo uno spiraglio, da cui si intravede dopo un tragico finale
un malinconico ma leggero inizio.
Una lettera d'amore ai Pokémon e ai loro allenatori, per chi i Pokémon li gioca e allena
Se mi chiedeste se vale la pena comprare Switch 2 solo per Pokopia,
io non vi raccomanderei assolutamente di intraprendere una spesa del genere. Tuttavia per me è
sì, sì mille volte. Avrei voluto tanto che Leggende Z-A non fosse mai esistito e che Pokopia fosse arrivato prima, ma nel consumismo le cose non funzionano così. È verosimile pretendere di far sparire le operazioni di marketing – come Z-A appunto, che sento ancora essere meramente il vassoio da servire a Pokémon Champions.
Solo che è molto difficile riuscirci, e che forse una perla come Pokopia brillerebbe un po’ meno senza quei brutti capitoli. No, dai, scherzo: vorrei tanto che si riducesse l’incidenza di disastri Pokémon il più possibile.
E a questo gioco vorrei dare 20 su 10, ma la tendina del voto arriva solo fino a 10 e comunque neanche 20 basterebbe. Non direi che vale 200 euro su 70 solo perché darebbe idee molto malsane a un brand che è già affamato di soldi.
È così e ne sono consapevole:
Pokémon è un brand estremamente affamato di denaro. Ma ci sono terribilmente affezionato oltre ogni difetto, e Pokopia me lo ha ricordato con una forza a cui non potrei mai sapermi opporre. Riconosco i problemi, so cosa si può migliorare, e sarò sempre il più imparziale possibile, ma tant’è: coi Pokémon ci sono cresciuto e nonostante le pause non ho potuto fare a meno di ricascarci con tutte le scarpe.
Pokopia è
quell’amore che manca ai Pokémon da un bel pezzo, espresso con i dettagli più sottili che probabilmente molti e molte ignorerebbero. Un Pokémon che gioisce di una bella casa o si rattrista se un oggetto a cui tiene sparisce, che gioca ad acchiapparella sullo sfondo e un Bulbasaur che fa il cuoricino con le liane. È un Machoke che flexa di continuo di fronte a uno specchio, un Magikarp stordito o uno Slowpoke che non sa nemmeno di essere vivo. E sì: anche le menti creative dietro un semplice dialogo esplicativo, che smentiscono ciò che un Pokémon dice perché non può saperlo riprendendo il controllo della situazione da chissà dove.
Pokopia racconta
la leggerezza e la semplicità dietro la dura e crudele realtà, con il tramite di un Charmander che vuole organizzare “un’augurazione”, o un Piplup che scambia un lampione per una doccia. Dopo molto, moltissimo tempo, un gioco mi ha fatto davvero riflettere: come mi sentirei se dovessi abbandonare tutto ciò che ho di più caro, le persone a cui tengo, anche gli hobby che amo, con la possibilità di non vederli mai più?
Voto e Prezzo
10 / 10
70€ /70€
Commento
Pro e Contro
✓ La lettera d'amore che ci voleva
✓ Localizzazione eccellente
✓ Poca Game Freak
x Ma PERCHÉ esclusiva Switch 2?!
x ...poca acqua?
x E troppa Game Freak altrove
#LiveTheRebellion