Recensione
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Sembra ieri quando 6 anni fa debuttava su Xbox 360 Limbo, dei danesi Playdead, uno degli indie game più iconici e rappresentativi di sempre, che con il suo stile grafico unico ed una narrazione che lasciava al giocatore libera interpretazione catturò il favore di tutti. Oggi, a distanza di anni, ci riprovano con quello che da molti è stato additato come il seguito spirituale di Limbo, INSIDE, che ne riprende sia le dinamiche platform 2D/puzzle, sia una grafica che punta sulla forza delle immagini come strumento narrativo.
Saranno riusciti nell’arduo compito di bissare il successo del predecessore? Scopritelo insieme a noi nella recensione di INSIDE.

 

Versione Testata: Xbox One

Big Brother is watching you
INSIDE  mostra una marcata maturità sul piano ludico

INSIDE, come Limbo, inizia con un ragazzo sperduto, in fuga in un bosco senza un apparente motivo. Dove stiamo scappando? Da cosa? Qual è il nostro obiettivo? Questi sono i primi interrogativi che ci sobbalzeranno in mente non appena impugneremo il pad e prenderemo il controllo del nostro protagonista senza nome. E nei minuti iniziali, INSIDE si comporterà esattamente come il suo più famoso “fratellastro”.

 

Le azioni a nostra disposizione si possono contare sulle dita di una mano: potremo correre per prendere lo slancio ed effettuare dei salti o arrampicarci, mentre saremo in grado di interagire con l’ambiente circostante spostando oggetti o premendo interruttori. Il tutto lasciando il giocatore in balia di se stesso e la sua inventiva, spronandolo a sperimentare ogni qualvolta si trovi di fronte ad un nuovo ostacolo.

Esattamente come in Limbo tutto viene regolato da un sempre presente “trial & error” sul quale viene costruito l’intero complesso di enigmi. Sbagliando e riprovando, tentativo dopo tentativo sarà possibile arrivare alla soluzione e proseguire la nostra corsa. Ed è qua che, passate le prime aree, INSIDE tira fuori i muscoli e mostra una marcata maturità sul piano ludico. Gli enigmi ambientali sono sempre ben integrati nel contesto di gioco senza troppe forzature, molti dei quali basati sulla fisica o sul tempismo dei nostri riflessi. L’impegno di Playdead nel cercare di non proporre una copia carbone di Limbo è palpabile da subito, e la sua identità è saldamente spiccata.

 

Non avremo a che fare solo con salti ed interruttori, ma nel corso dell’avventura potremo utilizzare anche dei curiosi apparecchi che serviranno per controllare telepaticamente altri “soggetti”, fuggire da inquietanti creature e cani rabbiosi pronti a catturarci, o ancora pilotare una sorta di sottomarino in miniatura per affrontare livelli subacquei, utilizzando tutte le possibilità offerte dal mezzo in questione, il tutto all’interno di un mondo che racchiude più di un segreto.

 

Man in black
Inside offre un tipo di narrazione crudele, ma al tempo stesso fortemente comunicativa

INSIDE non si prodiga in nessun tipo di spiegazione, proprio come ha fatto in passato Limbo, o altri titoli che, seguendo questa formula narrativa lasciano al giocatore piena libertà interpretativa. Il mondo di INSIDE è un mondo cupo, distopico, dove l’umanità è soggiogata al potere di qualche tipo di organizzazione, la cui identità non è ben chiara. Qua le metafore sulla vita degli esseri umani, sul controllo degli stessi e sull’omologazione ad un modello predefinito di civiltà si sprecano, e nemmeno arrivando all’epilogo del gioco riusciremo a venirne a capo della questione.

 

Anzi, sarà proprio sul finale che la “storia” prenderà una piega improvvisa ed inaspettata, rendendo tutto “strano” e disturbante, alimentando così le masturbazioni mentali del povero giocatore, a cui non resta altro che confrontare le proprie teorie con quelle di altri “sfortunati”, cercando di dare un senso alla propria avventura. Un tipo di narrazione crudele, spesso deliberatamente abusata e criticabile, ma al tempo stesso fortemente comunicativa nonostante l’assenza di un qualsiasi elemento relativo alla trama.

Il mondo è grigio il mondo è blu
INSIDE è un lunghissimo piano sequenza, interrotto solamente dalle nostre morti

Da questo punto di vista risulta fondamentale l’estetica del gioco, che con il suo simbolismo riesce a trasmettere un qualche tipo di emozione al suo spettatore. Una narrativa muta che si avvale delle immagini, per trasportarci in un mondo all’apparenza meno terrificante di Limbo, ma al tempo stesso egualmente inquietante. INSIDE è un lunghissimo piano sequenza, interrotto solamente dalle nostre morti, sul cui sfondo di dipanano gli eventi che ci accompagneranno per la durata del gioco. Foreste, campi di granturco, laboratori abbandonati e immensi scenari sommersi prendono vita in ambienti cupi e decadenti, grazie all’ottimo gioco di luci ed effetti volumetrici.

 

Le monocromie di Limbo vengono messe da parte, e pur trovandoci di fronte ad una pallete più ricca ed espressiva, la resa a video sembra ricalcarne alcuni tratti, con toni desaturati che ben servono allo scopo di donare al tutto una sfumatura drammatica. Anche il nostro protagonista, così come il mondo che lo ospita, è animato in maniera impeccabile, e si comporta sempre in modo credibile contestualizzato all’azione che sta compiendo, apparendo vivo agli occhi del giocatore, il quale potrà provare solamente empatia nei suoi confronti.
A rendere il tutto ancora più surreale e suggestivo ci pensa un accompagnamento musicale basato prevalentemente su suoni ambientali e sui silenzi ovattati delle delle profondità marine, per poi manifestarsi al momento opportuno, pur non risultando mai troppo invasivo, sarà proprio con il suo incalzare a delineare i momenti salienti di INSIDE.

Parlando invece della durata di INSIDE, questa si attesta sulle 4/5 ore, tempo necessario per arrivare al tanto agognato finale. L’elemento prezzo diventa quindi un aspetto da tenere in conto, per quelli che danno necessariamente un peso al rapporto prezzo/durata, che in questo caso, nonostante l’estrema qualità offerta, non proprio a favore del titolo Playdead. A questo tempo poi si aggiunge quello relativo alla ricerca di alcuni collezionabili, tutti ben nascosti ma non impossibili da recuperare senza dover ricorrere all’aiuto di qualche guida. Collezionabili che, una volta ottenuti tutti, permettono di assistere ad un finale alternativo, anch’esso non privo di mille interpretazioni.

In conclusione...
9
“Alla fine il protagonista muore e diventa quello di Limbo”
Il 2016 continua ad offrirci grandi perle videoludiche. Playdead con INSIDE riprende quanto provato con Limbo, e lo plasma in qualcosa che va ben oltre. Un titolo più maturo sotto l'aspetto ludico e concettuale, che permette di vivere un'esperienza che trascinerà il giocatore ad interrogarsi più e più volte sul senso del gioco e sulle velate metafore del quale è pregno. INSIDE sceglie l'ardua strada di affidarsi ad una narrativa muta, fatta solo di immagini e simbolismi. Una strada non facile ed ampiamente criticabile da chi cerca in un videogioco qualcosa di più "concreto" da questo punto di vista, ma al tempo stesso una scelta di stile che lo eleva qualitativamente al pari di opera d'arte digitale. In questo caso l'unico dubbio da porsi su INSIDE è sul perché non lo stiate ancora giocando.
Grafica come mezzo di comunicazione
Enigmi ben congegnati e contestualizzati
Gameplay impeccabile
La storia lascia spazio alle più varie interpretazioni...
x ...ma proprio per questo non tutti potrebbero apprezzare
x Rapporto prezzo/durata non dei migliori

due parole sull'autore
Giacomo è il nonno del gruppo e giocatore fin dall'alba dei tempi. Finché non crepa, potete leggere i suoi deliri senili su queste pagine, che sopravviveranno al loro autore anche se chiudessimo il sito entro l'anno.
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