Recensione
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Avete mai desiderato di aiutare un piccolo seme nel suo percorso naturale verso una terra fertile in cui crescere? Avete mai pensato di scalare una montagna? Una montagna piena di voragini e terribili mostri per giunta? Se si, siete nel posto giusto, se no, continuate a leggere lo stesso, potrebbe piacervi!

Greg Wohlwend e la sua piccola banda di sviluppatori indipendenti si sono (re)inventati una piccola perla. Pensato come una versione artistica dell’arcade Ice Cold Beer di Taito, TumbleSeed è stato prima sponsorizzato da Nintendo nel suo Direct dedicato ai Nindies in uscita su Switch, e disponibile anche su PC e PlayStation 4, al costo di 13,99€. Ma cos’è? Semplice, un roguelike “rotolante”, come è stato definito dagli stessi sviluppatori, pronto a far saltare i nervi e deliziare gli occhi, tra idee geniali e tanta cattiveria gratuita verso il giocatore. Buona, masochistica, lettura.

Versione testata: Nintendo Switch

Ma che bello che sei, brutto semino di m***a!… Bello che sei

Il titolo del paragrafo non è la follia di un redattore che ha visto il suo semino cadere nel vuoto per la milionesima volta, ma è lo stato d’animo di chiunque abbia il coraggio di avvicinarsi a questo titolo. Questo perché la genialità dell’idea di base e la grandissima cura che è stata riposta sul lato artistico (basta guardare uno screenshot per innamorarsene) sono costantemente interrotte dalle imprecazioni di chi, costantemente, si trova a fronteggiare il Game Over, sbattendoci contro in loop come un crash test dummy. La semplicità di meccaniche e obiettivi è totale, tanto da doverci spendere poche righe per raccontarvele.

TumbleSeed è un esercizio di equilibrio, pazienza e costanza, da affrontare come una faticosissima ascesa al Nirvana

Controllando un piccolo e tenace seme, dovremo inclinare il piano immaginario su cui poggia con le levette analogiche, al fine di schivare le minacce e raggiungere la cima della montagna che fa da sfondo alle vicende, ovviamente sviluppata in verticale. Tutto qui, niente livelli o mondi, niente checkpoint, dopo ogni morte si ricomincia sempre dal campo base, un adorabile paesino abitato da altri semi (uno dei quali vi chiederà di svolgere certe side-quest, come uccidere un determinato numero di nemici), da cui si dovrà ritentare la conquista di questo Everest videoludico. Questo porta ad una longevità decisamente variabile e non quantificabile, che va dal quarto d’ora del videogiocatore più bravo al mondo (che deve ancora nascere), all’anno, per tutti gli altri. Il tutto corredato da una bella leaderboard online.

Per compiere il nostro destino dovremo evitare tante voragini quanti buchi ha una forma di groviera e variegati nemici, affascinanti insettiformi con pattern d’attacco ben differenziati, il tutto reso ancora più spietato dalla rigogliosa natura roguelike, quindi con una disposizione delle minacce procedurale e sempre imprevedibile. Il risultato è sulle prime scoraggiante, con solo tre cuori a disposizione e una scarsa conoscenza e abilità nel domare l’inclinazione, meccanica curatissima nella fisica e nel feedback, grazie al fantastico rumble HD dell’ammiraglia Nintendo, che riesce a restituire sensazioni tattili davvero interessanti, tanto che vi sembrerà di giocherellare con una vera biglia. A venirvi incontro durante la scalata ci sarà però un’interessante trovata, che renderà meno monotono ogni tentativo, ovvero la possibilità di acquisire nuovi poteri.

Cosa pianto oggi, cuori, cristalli o laser letali?

Esattamente, il nostro è un seme trasformista, che può mutare in decine di forme diverse, ognuna con le sue abilità specifiche, da sfruttare piantando la propria semenza su alcuni fertili e romboidali appezzamenti di terreno, al prezzo di alcuni cristalli. Al termine del tutorial iniziale ci troveremo con quattro poteri base, produrre cristalli (preziosa valuta), generare checkpoint temporanei, lance da autodifesa che ruoteranno attorno alla biglia naturale e infine quarti di cuore, così da ottenere, con la giusta tattica, più dei tre cuori inizialmente a disposizione (e allungarci letteralmente la vita). A questi si aggiungeranno tanti altri poteri, sbloccabili lasciandosi cadere in apposite botole, che ci porteranno in inquietanti sale che sembrano raccontare di oscuri culti vegetali e sacrifici a misteriosi déi.

Qui dovremo scegliere uno dei due poteri disponibili, anch’essi a sorpresa e diversi ad ogni partita. Potremo trovare quindi semi capaci di far crescere cannoni laser, altri che ci permetteranno di creare trampolini con cui balzare via dalle minacce, altri che ci permetteranno di far crescere zone avvelenate e viceversa eliminare le venefiche minacce di un habitat ostile. Non vogliamo certo togliervi il gusto della scoperta, ma vi assicuriamo che ce n’è per tutti i gusti e questo contribuisce a variare ogni scalata, adottando strategie diverse ogni volta, nella speranza di arrivare sempre un po’ più in alto, verso l’irraggiungibile cima. Proprio qui, dopo l’ennesimo tentativo finito male, ci è sorta una domanda.

Perché svilire una trovata geniale, sviluppandola in un contesto roguelike?

Questa domanda è assolutamente lecita e plausibile, perché ci troviamo davanti ad un gioco che, analogici sotto i pollici, si gioca che è un piacere, è sofisticato nella sua semplicità e profondo nella sua linearità. Allora perché non inventarsi anche un level design all’altezza, sfruttando magari i tanti poteri che gli sviluppatori hanno pensato con grande ingegno? Probabilmente per il budget ridotto e la volontà di creare un’esperienza piccola, compatta, fruibile anche per una manciata di minuti. Peccato che quella manciata di minuti sia per lo più costellata di imprecazioni, che stonano con la pratica zen dell’inclinazione e dell’equilibrio che il gameplay chiede. Il vero problema del gioco è proprio la sua insormontabile difficoltà, che esula spesso dalla bravura del giocatore, costretto ad affrontare passaggi veramente e gratuitamente “bastardi”, nonostante la soddisfazione per aver migliorato un proprio record sia palpabile.

Inutile girarci intorno, il punitivo gameplay roguelike stona con un’idea originale e ben studiata, che avrebbe meritato un level design di ben altro livello e una difficoltà più meditativa

Nella testa di chi scrive l’idea di trovarsi davanti ad un piccolo erede incompiuto del capolavoro per PSP, LocoRoco, è presente fin dai primi minuti di gioco, con tutti i pensieri del genere “pensa come sarebbe stato bello se…” del caso. La speranza è che il titolo abbia un buon riscontro di pubblico e che il piccolo team decida di perfezionare l’idea, liberando la sua creatura dalla gabbia roguelike in cui pare costretto. Anche perché un mondo così non deve essere temuto e insultato per i continui game over, bensì ammirato e condiviso con l’apposito tasto “cattura/share”.

Veggie art

Visivamente il titolo è una vera perla per palati fini, ricercato, brillante, colorato. Il mondo di gioco è un vero ecosistema, vivo e pulsante, un moto perpetuo di insetti volanti e salterini, vermi giganti e voragini che si aprono all’improvviso sotto i colpi di minacciose presenze che si annidano nel ventre della montagna. Uno stilizzato terrario pieno di quella vita animale in miniatura che possiamo vedere solo nei documentari, qui reinterpretata in salsa surreale, dove i semi sono esseri senzienti capaci di parlare e costruire casette, tra lussureggianti foreste e imbiancate vette. Al buon gusto visivo si accompagna anche quello sonoro, con tracce al alto tasso di elettronica, distorte, battenti, come i suoni della natura filtrati attraverso un sintetizzatore.

 

Chiudiamo mostrandovi una curiosità, accennata all’inizio e particolarmente interessante per capire le origini di questo gameplay, finito nel dimenticatoio dopo il 1983, data di uscita del cabinato arcade Ice Cold Beer, che di virtuale non ha praticamente nulla. La meraviglia è che la giocabilità e le sensazioni sembrano assolutamente le stesse della sua versione moderna, accentuate da un’utilizzo splendido dell’innovativa vibrazione di Switch. Ne vorremmo uno a casa. Guardare per credere.

In conclusione...
7
“Si, quel gruppo inglese la... I Rolling Seeds!”
TumbleSeed è un gioco piccolo, visivamente splendido e sorretto da una meccanica tanto semplice quanto geniale, inclinare il piano su cui poggia il nostro semino ed evitare ostacoli e minacce. Il vero problema è il contesto roguelike in cui l'idea si muove, con tutto il bagaglio di frustrazione che il genere si porta dietro e un unico obiettivo, arrivare in cima alla montagna, l'unico livello del gioco, rigorosamente senza check o save point. Una pratica zen, quasi ascetica, che vi farà capire quanto la vostra mente può resistere se messa alla prova con un esercizio pratico e spietato. Un nuovo modo di intendere la meditazione sotto una cascata. TumbleSeed is the new Yoga!
Grafica splendidamente stilizzata
Rumble HD di Switch sfruttato benissimo
Idea di base cristallina e geniale...
x ...penalizzata dal gameplay in stile roguelike...
x ...che risulta frustrante oltre ogni ragione

due parole sull'autore
Un milanese col cuore sui colli piacentini, "romantico" del videogioco con una spiccata predilezione per tutto ciò che viene da Kyoto e dal passato. Se non lo beccate nel Regno dei Funghi, lo potete trovare su qualche pista virtuale a bordo di qualche bolide che non potrà mai permettersi, a causa della sua sindrome da shopping videoludico compulsivo. Appassionato tifoso dell'F.C. Internazionale, segue anche le imprese dei grandi del ciclismo. Nel tempo libero cerca qualcuno con cui confrontarsi sui film di David Lynch senza che egli muoia di noia.
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