Recensione
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Lasciati trasportare dal fiume della vita, come una foglia in un roguelike.

L’opera di The Molasses Flood è proprio così, casuale, spietata, metaforica e metafisica, parodia della vita stessa e dell’adattamento degli uomini alle situazioni di profonda crisi, interiore e ambientale. Una serie di eventi governati dalla casualità che possono far calare il sipario o continuare a instillare speranza, mettendoci nelle mani di capricci divini o stringhe di codice in un calderone procedurale. “Into The Wild” per necessità e non per pura scoperta di sé stessi, in balia di un fiume che pare infinito, ferita aperta che taglia in due gli Stati Uniti dopo un’ignota catastrofe naturale. Una sfida psicologica più che di abilità, zaino in spalla e il fido Aesop (come Esopo, scrittore di favole nella Grecia antica) al fianco, nel cuore una fiamma di speranza sotto forma di onde radio, da seguire e inseguire in balia delle correnti. Salite su una zattera e lasciatevi trasportare dalla nostra recensione.

“Hai appreso anche tu quel segreto del fiume: che il tempo non esiste?”
Un fiume mistico, il cui scorrere è perpetuo e infinito, incurante della nostra personale lotta

Così come in Siddharta di Hermann Hesse, anche in The Flame In The Flood il concetto di tempo è relativo, uno scorrere invisibile totalmente sommerso dal visibile, tangibile e impetuoso corso d’acqua che ci troveremo a navigare per giungere alla fine, agognata, del nostro viaggio. Essere in balia, questa è la sensazione che prevale dopo la nostra prova. Assolutamente inermi davanti alle casualità cui il gioco, o meglio l’esperienza, ci metterà davanti. Una poetica dall’impatto devastante, visiva, sonora, psicologica che presto si scontrerà con uno spettro ludico incombente e letale, più spesso ingiusto. Bisogna badare a noi stessi come faremmo nella realtà, combattendo fame, sete, temperature rigide per poi di tanto in tanto fermarci a riposare in qualche abitazione decrepita o scuola-bus arrugginito. Quattro cardini della vita sintetizzati in chiare icone a schermo. Il titolo è capace di farci stare male per la nostra controparte virtuale, una viaggiatrice senza nome dal volto disperato e risoluto, grottesco, con l’umidità che entra nelle sue ossa come nelle nostre, in una spasmodica ricerca di provviste, cianfrusaglie e oggetti di uso comune fondamentali per essere combinati tra loro e fare la differenza tra vita e morte (permanente per i più temerari). Il crafting funziona, è classico, schematico, dandoci la possibilità di creare attrezzi, capi d’abbigliamento più resistenti e caldi, cibo elaborato, acqua filtrata e purificata, perfino arco e frecce per difenderci dalla fauna, pura, semplice e feroce, lasciando stare mutazioni genetiche e morti viventi. Un piacere esplorativo e collezionistico che si scontra con un inventario rigido, limitato da auto-imposizioni realistiche che frustrano il survivalista e castrano l’esplorazione, rischiando di portare a morte certa dopo poche miglia (sempre visibili a schermo, un’ottima scelta).

Un survival nudo e crudo, interessante nelle meccaniche ma troppo ancorato alla casualità

Il senso di urgenza è costante, giusto, ma vagare di isolotto in isolotto (ognuno di superficie limitata), lottando contro le rapide, improvvisandoci in un disperato rafting, per poi non trovare niente da mangiare per l’ennesima volta, o peggio ancora non trovare un fuoco per cucinare come si deve e recuperare energie, taglia le gambe al gusto della scoperta ma soprattutto al divertimento. Fronteggiare intossicazioni alimentari, ossa rotte dopo scontri con cinghiali, spesso senza possibilità di difenderci e ferite infette sono solo alcune delle altre variabili ciniche cui il mondo di gioco ci mette davanti senza darci i mezzi per farvi fronte, dimenticandosi troppo spesso di essere “gioco”. Potremmo dover visitare 4-5 avanposti prima di poter curare una ferita, o magari renderci conto, agghiacciati, di aver gettato un oggetto fondamentale al crafting qualche minuto prima per fare spazio nella borsa, dato che non si può mai sapere di cosa si avrà bisogno, privilegiando il momento piuttosto che il futuro. Pianificazione e strategia vanno alla deriva semplicemente per colpa di un algoritmo che non riesce a distribuire le risorse a dovere, dove le limitazioni di cui sopra sono un coltello nella piaga. Le fasi di rafting vengono dunque innalzate a vera perla di gameplay, semplici nella concezione ma assolutamente fresche, ben fatte e avventurose, tra approdi verso cui far rotta, officine dove potenziare la nostra zattera, correnti da cavalcare e macerie da schivare con un colpo di pagaia, lungo le 10 regioni che fanno da silente storyline. Apoteosi fluviale in cui lasciarsi trasportare, dinamico come la terra ferma non sa essere, tra ripetitività delle meccaniche e uno scarso senso di progressione, se non meramente chilometrico. Potenzialità inespresse di un titolo che vuole farci giocare con la testa e che avrebbe meritato per questo uno studio di design più incisivo, vario e meno pigro, di pari passo con il fortissimo impatto emotivo che il titolo riesce a trasmettere quando tutto va per il verso giusto e l’ingranaggio non si inceppa; quando ad esempio riusciamo a ripararci da un violento temporale, le cui saette proiettano ombre minacciose e adunche verso di noi mentre la pioggia scroscia incessante, per poi svegliarci qualche ora dopo, all’alba, scaldarsi vicino a un falò e cucinare il coniglio catturato la sera prima con una trappola hand-made, bere un po’ d’acqua, riorganizzare il nostro piccolo zaino, creare qualche attrezzo utile e ripartire più sereni, mentre il sole ci bacia facendoci godere un momento di pura estasi, raro e prezioso come un diamante.

Acque cristalline

Da guardare e respirare, questi States in rovina sono un malinconico piacere estetico solo in parte ofuscato dalla scarsa prestanza del motore grafico, ponendo l’accento su un’art direction azzeccatissima. Dal già citato grottesco character design di protagonisti e solitari quanto risicati NPC, passando per uno stile cartoonesco dark e ruvido, in cui la notte porta occhi rossi nelle foreste mente la luna lotta con la nebbia, per poi lasciare il posto al timido sole dell’alba. Un midwest sommerso in cui ciò che affiora rimanda agli anni ’50 per architettura, insegne e stile, tra drug store, resti di comunità rurali, industriali e accenni culturali. Decadente paradiso agrario che va a braccetto con le musiche e i testi di Chuck Ragan, la cui chitarra accompagna il nostro peregrinare su note folk, country, addolcendo pericoli naturali e distrazioni di design. L’offerta ludica è infine divisa in “Campagna” e “Endless Mode”, dove le uniche differenze tra queste due modalità saranno la mancanza/presenza di obiettivi (comunque pochi) e di quel minimo di storia cui abbiamo accennato. Il suo essere “Complete Edition” porta invece in dote, oltre a migliorie varie, il commento del director, Forrest Dowling, accompagnato da altre menti dietro al progetto, che ci racconteranno interessanti aneddoti sullo sviluppo del gioco tramite le audio-cassette che troveremo in giro, presenti solo in questa modalità. Giocando con Switch tra le mani abbiamo notato una maggior fluidità e resa visiva, con una resa dei colori più brillante e viva, trovando il rovescio della medaglia in menu, testi e icone minuscoli oltre ogni misura, abbastanza faticosi da interpretare tenendo la console alla giusta distanza dagli occhi.

In conclusione...
7
“Mystic River”
The Flame In The Flood è un’esperienza interessantissima che si scontra però col suo voler essere videogioco, andando ad inciampare su meccaniche roguelike dove la raccolta di risorse, fulcro del gameplay, è totalmente lasciata al caso. L’ansia e l’urgenza che il gioco trasmette per ragioni di copione viene amplificata da una rigidità procedurale che ci aspetta costantemente al varco con la falce tra le mani. Quando tutto funziona, casualmente, a dovere le soddisfazioni sono palpabili, la sensazione di viaggio e di sollievo per un pericolo scampato è totale e navigare sul fiume è una perla di design emozionale, persi come si è tra la natura e le rovine della cultura rurale americana. Un quadro a stelle e strisce che viene incorniciato da una colonna sonora splendida, folkloristica, da ascoltare anche lontani da Switch per respirare un po’ di vera aria statunitense. Profumo di fieno e brezza autunnale.
Piacere e ansia di un vero viaggio
Rafting travolgente
Grande comparto audiovisivo
x Sopravvivenza penalizzata dalla casualità
x Varietà limitata

due parole sull'autore
Un milanese col cuore sui colli piacentini, "romantico" del videogioco con una spiccata predilezione per tutto ciò che viene da Kyoto e dal passato. Se non lo beccate nel Regno dei Funghi, lo potete trovare su qualche pista virtuale a bordo di qualche bolide che non potrà mai permettersi, a causa della sua sindrome da shopping videoludico compulsivo. Appassionato tifoso dell'F.C. Internazionale, segue anche le imprese dei grandi del ciclismo. Nel tempo libero cerca qualcuno con cui confrontarsi sui film di David Lynch senza che egli muoia di noia.
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