Recensione
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Una seduta psicoterapeutica per prepararci a Flipping Death.

Stick It to the Man! è una finestra virtuale sulla psiche umana, un groviglio grondante di situazioni, un manicomio all’aria aperta popolato di ignari pazienti. L’opera Zoink! è prima di tutto genio nella follia, un gioco caldo in cui confortarsi dalle proprie turbe mentali vestendo i panni di chi sta decisamente peggio di noi, un Ray che per lavoro prende botte in testa come collaudatore di caschi e ne prende una ancora più forte nel tornare a casa, scoprendosi invischiato tra segreti di stato e parassiti parlanti, capaci di donargli poteri psichici che rivolteranno il gameplay, e la sua vita, come un calzino. Un Frankenstein ludico con il cervello psiconautico di Tim Schafer e il corpo cartonato di Paper Mario, un mostro dalle nobili ispirazioni che colpito da un fulmine di creatività riesce a camminare con le sue gambe, regalandoci una spettacolare commedia interattiva, folle e grottesca, esilarante e agrodolce. Adesso sedetevi comodi, rilassatevi, osservate il pendolo e rispondete a una semplice domanda:

Questo come vi fa sentire?

“Mi sento incuriosito dottore, cosa significa?”

Significa che conservi ancora una parvenza di sanità mentale. Sopravvissuto nel brodo primordiale del movimento indie durante la scorsa generazione e approdato su tutte le macchine da gioco della current, Stick It to the Man! è un gioco che non si arrende, vuole farsi conoscere, diventare popolare, consapevole di non invecchiare mai, e lo scrive uno che lo giocò all’uscita su PlayStation 3 e che oggi, Switch alla mano, lo trova ancora più clamoroso, come riscoperto durante una seduta di ipnosi regressiva. Una messinscena di problemi psichiatrici, una piece tragicomica tra disturbi ossessivo-compulsivi, paranoie, sindromi di Müchhausenn, perversioni e anche più o meno lievi ritardi mentali. Una caratterizzazione dei personaggi a doppio strato, una pasta sfoglia emotiva da addentare prima esternamente, osservandone i comportamenti in cutscene meravigliosamente animate e interpretate, per poi violarne la privacy interiore leggendone la mente grazie ai poteri del nostro ospite Ted, sotto forma di un braccio fucsia che spunta dalla nostra testa, la cui mano riesce a infilarsi nella materia grigia della popolazione per estrarne sentimenti, oggetti o semplici e spassosissime gag.

Stick It to the Man! porta a schermo un carattere clamoroso, un umorismo tragicomico penetrante e personaggi unici, un lavoro che sarebbe grandioso vedere in versione serial su Netflix.

Proprio l’umorismo, il copione dei vari personaggi e le loro piccole/grandi storie sono parte di un lavoro omogeneo, ricercato nella scrittura, che farebbe la fortuna di un’opera esclusivamente visiva, un misto di sit-com e fumetto cui si aggiunge un giocato da avventura grafica con elementi platform, messi li giusto per non ridurre il mondo ad una piatta linea orizzontale. Ascoltando le persone, insinuandoci nella loro menti o semplicemente esplorando, come accennato, otterremo adesivi da appiccicare dove necessario per risolvere le situazioni più assurde, dal conflitto padre-figlio di una coppia di pagliacci fino ai problemi odontoiatrici di un tassista con tendenze suicide, passando per enigmi più meccanici e ambientali ma mai, e dico mai, banali, come una seduta psichiatrica che diventa seduta spiritica. Un magico attacca-stacca dove ogni figurina prende vita per scopi più alti, quelli del grottesco divertimento (riportando la mente a Paper Mario Sticker Star, ma senza presunzioni ruolistiche). Per carità, non è un gioco che mette i neuroni sulla graticola più di tanto e basta esplorare piacevolmente le meraviglose abientazioni in cartone dipinto per venire a capo della decina di livelli presenti, ma è proprio questo il punto: il gioco non vuole crearci altri problemi, non vuole danneggiare ulteriormente la nostra psiche, vuole rimetterla anzi a posto come il nostro irresistibile alter ego fa con chi incontra, un inconsapevole buon samaritano della manipolazione mentale. Non mancano momenti di tensione, con energumeni simil-CIA pronti a correrci dietro per strappare dal nostro cervello il preziosissimo parassita, portandoci verso improvvisazioni stealth (dove incollare ad esempio l’adesivo della nostra faccia su uno degli agenti per distrarre gli altri) sfruttando poi le scarse doti atletiche a disposizione per evitare la lobotomia, fasi peraltro tra le meno riuscite del titolo, soprattutto per un design elementare, al contrario del superbo contorsionismo enigmistico.

“Dottore, questo stile grafico mi manda fuori di testa!”

Follia animata e uno spessore artistico che va ben oltre il primo inquietante approccio, per creare uno stile unico e ormai proprio della software house scandinava. Tutto nel mondo di gioco ha un che di degradato, “malato”, così come i suoi abitanti, deformi, dalla carnagione giallastra. Un mondo marcio, sporco eppur così colarato, colorito, ecologico nel suo essere cartaceo, profondo grazie ai vari strati che compongono i fondali in delizioso 2.5D; una città beatamente rassegnata, quasi burtoniana, dove qua e la si percepiscono rimandi ad altre opere allegramente dark come La Sposa Cadavere e Nightmare Before Christmas (pronti a moltiplicarsi nel prossimo, promettentissimo, Flipping Death). Parallelismo cinematografico che continua con un doppiaggio splendido, divertentissimo, speciale, estremamente in linea con lo spirito della produzione, sostenuto da un’espressività animata di qualità assoluta e magistrale. Più di tutto però lo stile grafico mi ha ricordato una serie di spot della Ceres, noto birrificio danese. Tipo questo:

Un’estetica particolarissima, che viaggia tra ribrezzo, decadimento e pura estasi artistica, in grado di smuovere emozioni sopite come un test di Rorschach. Pop art amplificata dalla splendida colonna sonora di Joel Bille (di cui vi linko il suo canale su Soundcloud, perché questa OST merita davvero), autore dello swing che accompagnerà il nostro viaggio nei meandri della psiche umana, dove i classici tempi del jazz, con tromboni pronti a sottolineare ogni goffaggine e stranezza, vengono contaminati da fisarmoniche dal profumo balcanico, un po’ da circo, cosa che in effetti il gioco è. Un gigantesco tendone popolato da freak dalle forti peculiarità fisiche e psicologiche, dove lo splendido livello di reale ambientazione circense non sembra più strano del resto.

In conclusione...
8.5
“Approvato dagli strizzacervelli”
Stick It to the Man! è una vera perla che brilla nel panorama indie, oggi come nel 2013. Vera dimostrazione di quanto i giochi possano essere anti-depressivi, riuscendo a sdrammatizzare patologie mentali anche serie, facendone una caricatura colta, ricercata, che salta oltre il muro dei soliti stereotipi comici. Una commedia tutta da giocare che sembra scritta e diretta da due Tim, Burton/Schafer, ed è invece opera di un team talentuosissimo tanto nella scrittura quanto nel level design. L'attesa per il prossimo lavoro di Zoink!, Flipping Death, si fa sempre più insopportabile, e rigiocare questo piccolo capolavoro è stato un vero toccasana. Un gioco capace di entrare nella testa per non uscirne più, insinuandosi nei recessi della mente come un dolce distributore di endorfine.
Estetica incredibile
Caratterizzazione sublime
Gameplay "schaferiano" divertentissimo
x Platforming dimenticabile
x Saltuari bug

due parole sull'autore
Un milanese col cuore sui colli piacentini, "romantico" del videogioco con una spiccata predilezione per tutto ciò che viene da Kyoto e dal passato. Se non lo beccate nel Regno dei Funghi, lo potete trovare su qualche pista virtuale a bordo di qualche bolide che non potrà mai permettersi, a causa della sua sindrome da shopping videoludico compulsivo. Appassionato tifoso dell'F.C. Internazionale, segue anche le imprese dei grandi del ciclismo. Nel tempo libero cerca qualcuno con cui confrontarsi sui film di David Lynch senza che egli muoia di noia.
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