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L’intelaiatura è quella di uno strategico, ma viene vissuta praticamente in toto a tempo di ritmo – e non dimenticando qualche (blanda) velleità da God Game. Il risultato? Patapon si rifà il look e va alla ricerca di Fineterra su PS4.

PSP aveva innegabilmente coraggio. Sì, diversi dei titoli più famosi legati al primo spin-off portatile del brand PlayStation erano ripresi dall’ecosistema da salotto, cercando di portare in mobilità quelle Proprietà Intellettuali che in casa avevano conquistato il pubblico – si tratti di titoli made in Sony o prodotti da terze parti, come i due Stories di Gran Theft Auto. Ma non per questo mancava l’aria fresca, non per questo non sono nati brand e titoli pensati per quella che all’epoca era una nuova piattaforma: quasi una decade dopo – giusto il tempo di un paio di rivoluzioni nel mercato portatile – siamo qui per riscoprire proprio una di queste iniziative: Patapon. Due lustri e una quarantina di pollici dopo, vediamo come si adatta il crossover tra Pyramid e Japan Studio su PlayStation 4.

PATA PATA PATA PON

In ossequio alla regola che dice di non giudicare mai un libro dalla copertina – o nel nostro caso, un videogioco da come viene presentato – Patapon in prima battuta tiene ben nascosta la sua vera natura. A guardare il titolo non si direbbe mai che dietro quel mondo bidimensionale, fatto di forme semplici e precise e colori accesi e raccontato attraverso un filo conduttore alle soglie del ridicolo e del caricaturale, si nasconde un prodotto dannatamente impegnativo e capace di far sudare le proverbiali sette camicie al giocatore.

La storia, grossomodo, è questa: il popolo dei Patapon nell’antichità era una potenza assoluta, tanto da entrare nel mito, ma poi col tempo il loro retaggio è venuto meno e i conquistatori sono diventati conquistati. Alla ricerca della loro gloria perduta – e con il preciso scopo di raggiungere Fineterra e vedere, finalmente, “Quella Cosa” – i Patapon invocano la loro divinità protettrice (che poi è il giocatore stesso), che firma un contratto e si prepara a guidare la sua gente attraverso i pericoli e le peripezie che il gioco nasconde. Ed è qui che inizia l’insospettabile sfida.

 

patapon remastered

PON PON PATA PON
Patapon non è il gioco più indicato per “staccare” e rilassarsi, visto che richiede un certo impegno

Pur essendo presente qualche componente ripresa dai God Game tanto cari a Peter Molyneux, Patapon è essenzialmente un bizzarro incrocio tra un gioco di strategia ed un Rhytm Game. Lo scopo del gioco è quello di guidare, di missione in missione e di battaglia in battaglia, il proprio esercito di Patapon, scegliendo in fase preliminare le truppe da mettere in campo ed i loro armamenti (facendo attenzione al tipo di missione, visto che ogni unità ha le sue caratteristiche ed è più indicata a ricoprire ruoli specifici) e poi, durante le fasi ludiche propriamente dette, impartendo loro gli ordini. Ordini che però non vengono impartiti in modo diretto attraverso qualche interfaccia, ma eseguendo – rigorosamente a tempo – le combinazioni ritmiche che corrispondono alle manovre che si desidera vedere eseguite. Si tratti di attaccare, difendere, avanzare o anche di utilizzare uno dei Miracoli a disposizione della divinità impersonata – che in buona sostanza vanno ad attivare dei cambiamenti di stato sulla mappa di gioco, rendendo più o meno efficaci alcuni attacchi e dispensando bonus e malus – tutto, in Patapon, passa attraverso i tamburi e alle loro composizioni sonore. Di più: ogni serie di dieci ordini consecutivi eseguiti a tempo (perdere un passo causa il reset del contatore, oltre a far perdere tempo prezioso e lasciare i Patapon sguarniti) attiva la modalità Fever, che oltre a fungere da punto di partenza per poter attivare i citati miracoli causa alcuni micro-cambiamenti nelle reazioni agli ordini del giocatore dei Patapon, che attaccano in modo più spregiudicato, difendono meglio o guadagnano l’accesso a qualche altro bonus. La componente ritmica è insomma importante quanto quella strategica – anche perché quest’ultima viene fruita in massima parte attraverso i tamburi, sul campo di battaglia. È proprio per questo che Patapon, specie nelle fasi più avanzate di gioco, risulta un titolo insospettabilmente impegnativo: non solo ogni errore si paga (più o meno caramente, a seconda del tipo di missione), ma bisogna stare bene attenti anche alle mosse nemiche e considerare che tra il momento in cui il giocatore decide di impartire un comando e la sua effettiva esecuzione a schermo c’è di mezzo del tempo, necessario per eseguire il ritmo corretto ma anche perché poi i Patapon eseguano l’azione. Aspetto di cruciale importanza in particolare durante le boss fight, dove l’esercito sfida delle creature più grandi e minacciose rispetto alle normali truppe nemiche, e di conseguenza si gioca cercando di prevedere ed anticipare le mosse dell’avversario di turno. Anche perché in diversi di questi casi perdere un soldato non si limita ad avere conseguenze solo sulla battaglia (tendenzialmente, basta raccogliere il “cappello” che si lascia dietro per poterlo riportare in vita a fine livello), ma diventa una condizione permanente, costringendo il giocatore a dover spendere denaro in-game e risorse per creare una nuova unità di rimpiazzo.

 

Il difetto più grave? Il grinding

Uno dei difetti maggiori della produzione sta proprio qui: non per la difficoltà della sfida di per sé, ma perché questa scelta stilistica di fatto porta il giocatore a dover ricorrere in casi estremi al grinding di alcuni livelli per accumulare le risorse necessarie a ripristinare (e a rinforzare) il proprio esercito. Più avanti nel gioco c’è la possibilità, attraverso alcuni mini-giochi (sempre su base ritmica), di colmare parte di questa esigenza, ma una certa tendenza al backtracking e alla ripetizione di livelli già affrontati rimane. Gli sviluppatori hanno cercato di compensare questo aspetto introducendo alcuni livelli di difficoltà aggiuntiva per determinate missioni – in particolare le boss fight – ma, soprattutto se si considera il rischio in taluni casi di perdere ulteriori unità riaffrontando queste, non basta a cancellare del tutto questa macchia.

 

CHAKA CHAKA PATA PON

Dal punto di vista dell’adattamento, invece, l’unico neo riguarda la solita operazione un po’ svogliata che coinvolge le cutscene di gioco, escluse dal lavoro di rimasterizzazione che permea il resto del prodotto e abbastanza in affanno, se paragonate al resto. Non un biglietto da visita eclatante, visto che i primi minuti in compagnia di Patapon si passano anche guardando il filmato introduttivo. Per il resto però indubbiamente gli sviluppatori hanno lavorato bene, sicuramente aiutati dall’indirizzo artistico del prodotto originale – che senza ombra di dubbio ben si presta ad un lavoro di restauro di questo tipo – e dalle affinità a livello di controlli tra PSP e PS4. Senza la necessità di doversi inventare qualcosa per il porting dei comandi touch (di cui la prima portatile Sony era sprovvista) l’esperienza è infatti replicata 1:1 rispetto all’originale, e visto che dal punto di vista dell’interfaccia gli elementi messi a schermo sono relativamente pochi (si spinge soprattutto sul ritmo dei tamburi) era inevitabile riuscire a portare a casa il risultato senza troppe preoccupazioni.

In conclusione...
8
“Il quinto tamburo è quello delle imprecazioni”
Patapon è un'esperienza indubbiamente particolare, che va a miscelare due generi che di solito hanno ben poco in comune con il risultato finale di creare un prodotto atipico, che può risultare una piacevola novità sul tema - degli strategici o delle esperienze ritmiche, scegliete un po' voi - ma anche tenere a distanza qualcuno. Anche perché come detto non si tratta del classico titolo con cui "staccare" e giocare un'oretta in totale relax: Patapon richiede un certo impegno, e chi decide di investire sul titolo viene ripagato in soddisfazione dalle meccaniche di gioco. Ma appunto, deve decidere di investirci qualcosa di suo.
Un titolo sui generis
Impegnativo ed appagante
Buona rimasterizzazione...
x ... Cutscene a parte
x Rischio grinding elevato

due parole sull'autore
Laureato con disonore in Informatica e presunto webmaster del sito, tra una cosa e l'altra ha a che fare con la tecnologia praticamente da quando ne ha memoria. Potete leggere i suoi sproloqui in più o meno in qualunque articolo porti la sua firma o ascoltarli dalla sua viva voce premendo play su un episodio a caso di Gameromancer, il podast di I Love Videogames.
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