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Certe volte nel mercato videoludico essere unici non basta.

Per quanto un titolo possa essere originale, per quanto possa riscuotere un successo clamoroso tra la critica e per quanto chi vi lavora dietro le quinte si impegni e spenda risorse, l’ultima parola spetta ai videogiocatori. La “storia editoriale” di Okami è un esempio lampante in questo senso: concepito dai defunti Clover Studio (celebri soprattutto per la serie Viewtiful Joe) arriva sul mercato nel 2006 spinto dal vento di un successo praticamente assoluto di critica, che lo porterà a vincere il titolo di Gioco dell’Anno da parte di IGN, davanti a brand consolidati come Zelda e The Elder Scroll (in concorso con i rispettivi capitoli Twilight Princess e Oblivion). Il successo di Okami però si ferma qui, riscuotendo sul mercato un clamore che viene ben sintetizzato da un altro riconoscimento vinto dal gioco di Capcom nel 2010, il Guinness World Record di “vincitore di un premio gioco dell’anno con meno successo commerciale”, nonostante nel 2008 la software house di Osaka abbia portato Okami anche su Wii.

recensione
Okami HD (2017)
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Il titolo pareva ormai avviato verso l’oblio e Amaterasu, protagonista del gioco, pareva essersi rassegnata a fare qualche “comparsata” in un paio di picchiaduro crossover (Marvel vs Capcom 3 e Tatsunoko vs Capcom: Ultimate All Stars). Ma ecco che inaspettatamente Okami risorge per una terza volta arrivando su Playstation Network (la versione retail del gioco è disponibile solo nella terra del Sol Levante) con una rimasterizzazione in HD e supporto Playstation Move.

Miti e leggende in salsa teriyaki

Praticamente ogni elemento di Okami è fortemente legato alla cultura e alla tradizione giapponese in modo quasi viscerale. Questo atteggiamento è chiaro fin da quando il gioco viene avviato, sia dal punto di vista grafico-visivo che per quanto concerne la trama, che ci cala in un mondo dominato dalle leggende e dal folklore nipponico immediatamente. L’antefatto della storia è pesantemente ispirato ad uno dei miti shintoisti più classici, ovvero la leggenda del serpente di Yamata (in lingua originale Yamata no Orochi). Cento anni prima dell’inizio della storia, l’eroe Nagi ed il lupo bianco Shiranui, incarnazione della dea del sole Amaterasu, combatterono il demone Orochi, enorme serpente con otto teste, per la salvezza del villaggio di Kamiki. Alla fine della terribile battaglia il demone venne sigillato all’interno della Grotta della Luna, ma il prezzo fu la morte del lupo bianco, che venne riportato al villaggio dove verrà ricordato come un eroe. Quando però Orochi riesce a liberarsi dalla prigionia impostagli dai due eroi, Amaterasu viene riportata nel mondo dei vivi (sempre nella sua forma di lupo bianco) da Sakuya, spirito protettore del villaggio di Kamiki. Il compito della dea sarà quello di sconfiggere nuovamente il demone e di viaggiare per il Giappone alla ricerca dei suoi poteri, le tredici tecniche del pennello celestiale, che si sono disperse al momento della sua morte cento anni prima.

I bravi artisti copiano, i veri artisti rubano

Come il setting e la trama del gioco, le ambientazioni sono iconiche ed ispirate al Giappone della mitologia. Lo stile con cui sono presentate le città ed il vestiario dei personaggi evocano un non meglio precisato periodo del Giappone feudale, una delle epoche più adatte e che meglio si presta allo stile “da tradizionalista” del titolo Capcom.  Anche dal punto di vista della giocabilità Okami si ispira ad un “classico” del Sol Levante come The Legend of Zelda: il giocatore, nei panni di Amaterasu, viaggia per aree ed ambienti all’interno di un mondo esteso e ben caratterizzato (che spaziano dalle pianure limitrofe al villaggio di Kamiki fino alle fredde e ghiacciate terre a nord del Giappone, passando per zone cittadine e aree costiere), portando a termine incarichi principali e delle side quest di importanza più relativa che pur non proseguendo la trama permettono di sbloccare abilità secondarie o di raccogliere oggetti e “preghiere” (dei punti che vengono spesi per potenziare le abilità di Amaterasu, come la quantità di vita o di inchiostro per il pennello celestiale). L’approccio tipico dei dungeon “chiusi” è votato ad un’esplorazione praticamente platform e alla risoluzione di enigmi e puzzle. Ma se il “cosa fare” è del tutto in linea con quello del classico Nintendo è il “come farlo” che crea una differenza marcata e quasi plateale con questo: in queste fasi di esplorazione dei dungeon a fare la parte del leone è il pennello celestiale, che grazie alle sue diverse tecniche (acquisite durante il corso dell’avventura) permette la risoluzione degli enigmi e l’esplorazione degli ambienti. Queste abilità si attivano premendo il tasto R1, che fa comparire una sorta di tela sull’inquadratura della telecamera, su cui il giocatore andrà a disegnare i simboli che attivano le varie tecniche celestiali usando lo stick analogico destro del controller o il Playstation Move. Ed è quindi con questi mezzi che il giocatore interagisce con lo scenario come un pittore interagisce con il suo quadro, “dipingendo” di volta in volta quanto gli serve per poter proseguire con il livello (ad esempio disegnando delle bombe in prossimità di spaccature lungo le pareti o ricostruendo ponti crollati, o ancora agendo sul ciclo giorno/notte di questo mondo disegnando in cielo il sole o la luna). Le similitudini con la saga di Zelda si limitano quindi ad una questione di impostazione della struttura di base, su cui però viene costruito a tutti gli effetti un mondo distante anni luce da quello di Link e con cui il giocatore interagisce in un modo assolutamente unico e peculiare. L’avventura di Amaterasu risulta essere decisamente longeva e ricca di contenuti, richiedendo 30-35 ore per essere affrontata dedicandosi solo alla storia principale (o comunque solo “spiluccando” le missioni e gli obbiettivi secondari), numero che sale in proporzione al numero di compiti secondari svolti, arrivando anche sopra le 60 ore per il completamento al 100% della creatura di Clover Studio.

Attacchi d’arte

Se nelle prime fasi di gioco le tecniche del pennello celestiale sono orientate all’espandere le possibilità di esplorazione, man mano che la storia prosegue le nuove tecniche rimangono sì utili ed utilizzabili sotto questo punto di vista, ma offrono soluzione interessanti anche sotto l’aspetto del battle system. Lo scheletro di base di questo è tutto sommato semplice, permettendo di equipaggiare ad Amaterasu due armi, una principale ed una secondaria, scelte tra tre categorie (riflettori, rosari e spade). In base all’utilizzo che si fa di un arma questa svolge compiti diversi, con ad esempio i riflettori usati come armi principali permettono attacchi fisici contro i nemici e come armi secondarie evocano uno scudo davanti ad Amaterasu o i rosari che sotto forma di armi primarie diventano fruste e come sub weapon permettono al giocatore di lanciare proiettili contro i nemici. A questa struttura vanno poi, come detto, integrate le tecniche di pittura del pennello celestiale, che hanno il grande pregio di offrire davvero tante alternative ed approcci alla fase di combattimento, come la possibilità di disegnare bombe che esplodono all’esaurirsi della miccia o di controllare elementi naturali o atmosferici evocando piogge, folate di vento o fiammate. Eccettuati alcuni nemici particolari che vanno per forza affrontati in un certo modo (altrimenti è impossibile infliggergli danno) durante un combattimento Amaterasu è dunque in grado di fare praticamente di tutto, inchiostro permettendo, rendendo queste fasi particolarmente riuscite nonostante il tasso di difficoltà non particolarmente eccitante. Il più grande difetto di Okami è proprio la facilità, con alcune soluzioni (come ad esempio il livello di santità, che aumenta man mano che Amaterasu infligge danni ai nemici e permette a questi di causare danno solo quando raggiunge lo zero, o la possibilità di utilizzare oggetti durante il combattimento senza alcun limite di sorta) che livellano verso il basso il tasso di sfida dell’avventura. Per quanto comunque nessun nemico riesca a mettere in seria difficoltà il giocatore, il sistema di combattimento viene “salvato”, come detto, dalla varietà di soluzioni ed approcci utilizzabili, che scongiura il pericolo di annoiarsi prematuramente nonostante la mancanza di avversari all’altezza.

Quadri videoludici

Come già detto, praticamente ogni aspetto di Okami fa di tutto per evocare la magia ed il fascino del Giappone feudale e della mitologia nipponica, e anche il comparto audio-visivo del gioco non si sottrae a questo compito. Lo stile grafico, realizzato in cel shading, è tratto dallo stile pittorico Sumi-e,  e permette alla creatura di Clover Studio di presentarsi sotto gli occhi del giocatore in un modo suggestivo ed originale. La scelta della colonna sonora, anche questa presentante parecchie tracce prese o ispirate dalla tradizione nipponica, non fa altro che accentuare la particolarità di questa scelta di design, oltre a fornire una solida spalla per quanto concerne la componente emozionale delle vicende che accadono ad Amaterasu. Il lavoro di rimasterizzazione di Capcom, che partiva comunque dalla solida base di quanto fatto a suo tempo da Clover Studio, è assolutamente adeguato e ci presenta un titolo che grazie all’alta definizione è migliorato non solo a livello di qualità grafica, ma anche nella sua “valenza artistica” complessiva. L’unico neo è la mancata localizzazione nella nostra lingua, assente per ormai la terza volta di fila, che in un gioco dove c’è molto parlato (e soprattutto dove alcuni personaggi, come Isshun, fanno utilizzo massivo di slang) appesantisce un po’ l’esperienza.

In conclusione...
9
“Il capolavoro più sfortunato della storia”
Forte dell’ottimo lavoro di rimodernizzazione operato da Capcom, Okami HD è sicuramente la migliore tra le tre incarnazioni videoludiche dell’originale progetto di Clover Studio, che rappresenta una di quelle esperienze che ogni videogiocatore dovrebbe provare almeno una volta.La scelta di distribuire il gioco solamente tramite Playstation Network (quantomeno al di fuori del Giappone) è dovuta ai risultati non entusiasmanti a livello di vendite di quello che è stato nella generazione passata il classico titolo incompreso, a causa dei quali non si può biasimare Capcom per la scelta fatta. Per lo stesso motivo è giustificabile almeno in parte anche la mancanza della localizzazione nella lingua nostrana, per quanto però (a differenza della distribuzione solo in digitale) questa scelta infici in parte l’esperienza videoludica complessiva. Il gioco è in generale consigliato agli amanti del genere adventure (in particolar modo a coloro cui giochi come The Legend of Zelda piace) e agli amanti della cultura giapponese in genere.
Estremamente longevo e ricco di contenuti
Scelte stilistiche e di design originali ed azzeccate
Gamepay vario e divertente...
x ... Ma tasso di sfida non particolarmente alto
x Manca la localizzazione in italiano

due parole sull'autore
Laureato con disonore in Informatica e presunto webmaster del sito, tra una cosa e l'altra ha a che fare con la tecnologia praticamente da quando ne ha memoria. Potete leggere i suoi sproloqui in più o meno in qualunque articolo porti la sua firma o ascoltarli dalla sua viva voce premendo play su un episodio a caso di Gameromancer, il podast di I Love Videogames.
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