Recensione
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Se parlate a un giocatore di qualche anno fa di To The Moon, è abbastanza probabile che otteniate in risposta una reazione a metà tra il sorriso e gli occhi lucidi. Commovente come pochi altri, il piccolo gioiellino in RPG Maker realizzato da Freebird Games nel 2011 è stato un esercizio esemplare di narrativa, in grado di toccare le giuste corde per smuovere l’animo dei giocatori pur nella sua (apparente) semplicità.

Avanti veloce di sei anni e con qualche breve “minisodio” nel mezzo, troviamo Kan Gao nella difficile posizione di sfornare un vero sequel alla toccante storia di Jhonny e River. Finding Paradise è il risultato di questo tentativo, attualmente solo in inglese ma con una traduzione in italiano già confermata in arrivo. Il nostro consiglio? Tenete a portata i fazzoletti…

Versione testata: PC

 

 

Il sogno di una vita

Finding Paradise riporta in scena la strana coppia formata dalla professionale dottoressa Eva Rosalene e dallo stralunato dottor Neil Watts. La loro missione è ancora una volta la stessa: grazie alla macchina ad interfaccia mentale della Sigmund Corp., il duo ha il compito di modificare i ricordi dei propri pazienti in modo da garantire un desiderio, seppur in maniera fittizia. Poiché la procedura è irreversibile e letale per il paziente, viene applicata solo a soggetti in punto di morte, donando un ultimo breve istante di felicità.

Nonostante l’amara premessa, il servizio sembra attirare un discreto numero di clienti, e dopo gli eventi di Jhonny e River narrati nell’episodio precedente, è la volta di Colin, pilota in pensione e già protagonista del minisodio “A Bird’s Story”, di sottoporsi all’irreversibile procedura.

Fin da subito, però, Finding Paradise mette in chiaro che avremo a che fare con una vicenda molto più matura e complessa, che tratta temi ben diversi da quelli di To The Moon. Il desiderio di Colin, infatti, non è qualcosa di “semplice” come andare sulla luna. L’anziano pilota sembra infatti avere una forte malinconia dovuta ad un inspiegabile senso di insoddisfazione, ma al tempo stesso è perfettamente consapevole di aver vissuto una vita ricca e piena di momenti felici, legati soprattutto alla moglie Sofia e al figlio Asher. Momenti che, nonostante i conflitti familiari dovuti alla decisione di servirsi della Sigmund, Colin non è disposto a dimenticare a nessun costo. Eva e Neil si troveranno quindi ad avere a che fare con un desiderio all’apparenza impossibile: cambiare la vita di Colin senza modificare nulla. A complicare le cose, la presenza di una misteriosa ragazza di nome Faye nel passato di Colin, e di strane anomalie nel macchinario della Sigmund Corp. che impediscono a Eva e Neil di progredire con linearità nella mente di Colin.

Questi sono solo alcuni dei misteri da cui prende il via Finding Paradise, che con il suo giusto mix di umorismo e toni drammatici riesce a mettere in scena una vasta gamma di emozioni e situazioni estremamente “umane” e condivisibili, e a coinvolgere il giocatore/spettatore dall’inizio alla fine. Forse anche meglio di quanto non facesse To The Moon, il che dovrebbe dirla veramente lunga sulla qualità narrativa della storia…

 

 

Cambiare tutto senza cambiare nulla

Oltre alla trama narrata, uno dei sottintesi principali di questo sequel è la presa di coscienza da parte di Kan Gao di quelli che sono stati i limiti di To The Moon. Una delle principali critiche mosse all’autore del piccolo gioiellino indie, infatti, è stata la mancanza pressoché assoluta di gameplay, riducendo l’intera gamma di interazione del giocatore al trovare i collegamenti mnemonici (perlopiù visualizzando sequenze scriptate) per sbloccare le barriere attorno a degli oggetti definiti “memento” per poter accedere alla scena successiva. Uniche eccezioni erano alcuni sparuti accenni nei siparietti comici di Neil, in genere completamente irrilevanti ai fini di trama.

Una scelta che sembrava andare in netto contrasto con il motore di gioco scelto, un RPG Maker che spesso abbiamo visto sfruttare tanto per narrare quanto per sperimentare con il gameplay. Una scelta che, associata ai sorprendenti risultati di To The Moon, ha convinto Kan Gao ad affidare ai propri fan un ironico messaggio su Youtube a pochi giorni dall’uscita di Finding Paradise, cercando di stemperare le aspettative. Un messaggio che, fortunatamente, non era necessario. Finding Paradise resta si un gioco costruito palesemente attorno alla propria storia (come tanti ce ne sono stati in questi anni, da Firewatch a What Remains of Edith Finch, Gone Home, ecc ecc), tuttavia è pieno di momenti di autocritica costruttiva che cercano di venire incontro al giocatore. Rispetto al predecessore sono state aggiunte diverse sezioni di gameplay: dei piccoli puzzle ricorrenti e mai frustranti saranno necessari per attivare ciascun memento dopo aver raccolto i link mnemonici; in altri punti avremo a che fare con sezioni picchiaduro e sparatutto, una piacevole sorpresa sia per il loro incastrarsi nella storia sia dal punto di vista della realizzazione tecnica.

Il vero tocco di classe, tuttavia, è l’integrazione nella trama di riferimenti a come i fan abbiano reagito ai minisodi, in particolare a Bird’s Story in quanto direttamente collegato con gli eventi narrati, in un momento di metanarrativa che resta perfettamente godibile anche a chi non avesse mai avuto a che fare con queste vicende prima d’ora.

 

 

Una vita fatta a scale

Uno dei punti di forza di To The Moon è stato la capacità di costruire un’atmosfera che va oltre la semplice storia narrata, un atmosfera in grado di arrivare dritta al cuore dei giocatori. Due elementi chiave di questo effetto sono l’immediatezza visiva dovuta al motore dell’RPG Maker (“immediato” è diverso da “scarno”, badate bene) e la colonna sonora. Quest’ultima, composta ancora una volta da Kan Gao e affiancata nel toccante brano “Wish My Life Away” dalla voce di Laura Shigihara, si fonde pienamente con la trama.

 

 

Colin è un violoncellista seppur di scarso successo, e tanto le figure di Faye e Sofia sono legate al mondo della musica. Molte delle sequenze di ricordi ruotano attorno a questo, e vengono accompagnate dalle scale musicali di violoncello e altri strumenti che, seppur nella loro semplicità, diventano protagoniste sensoriali delle scene.

Il risultato, specie nella parte finale del gioco, è un’atmosfera che riuscirebbe a strappare lacrime di commozione anche ai sassi. Purtroppo non possiamo dire altro senza rischiare di fare spoiler su alcuni dei colpi di scena del gioco (e per un titolo in cui la trama è il motore portante, questo significherebbe rovinare l’intera esperienza), ma fidatevi quando vi diciamo che Finding Paradise non solo riesce a eguagliare To The Moon da questo punto di vista, ma lo fa anche con uno stile più maturo, narrando una storia per nulla facile né da raccontare né da digerire. Una storia che, siamo sicuri, toccherà i giocatori disposti a scendere a compromessi tra gameplay e narrativa.

 

Finding Paradise vi lascia liberi di concentrarvi sulla componente emotiva della storia, anche se purtroppo porta ad una certa ripetitività nella parte centrale dove il giocatore è libero di fare tutte le ipotesi del caso. Su questo, purtroppo, siamo obbligati a mandar giù il boccone: è un compromesso che non poteva essere realizzato altrimenti senza distruggere il ritmo voluto nel narrare di quell’orbita decadente verso un punto centrale nella linea temporale di Colin (immaginate essenzialmente Memento di Christopher Nolan). Il crescendo finale, se non altro, ripaga in pieno di questo compromesso.

Un altro punto di divergenza con il passato è nella figura di Neil Watts: se in precedenza i suoi siparietti comici erano usati in maniera più infantile e sparsi per la storia, quasi a ricordare al giocatore che nonostante la tetra premessa, si tratta di un’avventura mirata a rendere felice qualcuno, in Finding Paradise i momenti dell’esuberante dottore partner della più pragmatica Eva diventano più dilazionati, ma decisamente più esagerati e sopra le righe. Anche in questo caso è un’evoluzione necessaria, sia per stemperare la drammaticità di certe scene (roba da magone pesante allo stomaco), sia per mettere in campo un ormai inevitabile passaggio verso un terzo capitolo che, probabilmente, andrà a spiegare i vari misteri presenti dietro la complessa figura del dottore.

In conclusione...
9
“Il paradiso? Terza uscita a destra dopo la Luna!”
Un sequel che, come la premessa della storia raccontata, cambia tutto senza cambiare nulla. Come il suo predecessore, anche Finding Paradise continua ad essere retto quasi interamente dalla sua storia (il che, purtroppo, limita molto la longevità alle sole cinque-sei ore richieste per completarlo). Continua a narrare di eventi legati a tematiche come testamento biologico, solitudine, e all’etica di “giocare a fare Dio” con la mente di una persona, seppur moribonda. Tuttavia lo fa in maniera più matura, senza forzare l’attenzione su certi punti, che spesso emergono naturalmente o restano sottintesi come a dire “ci siamo, sappiamo che avete capito, non c’è bisogno di scendere nel dettaglio”. Tirando le somme su Finding Paradise, Kan Gao mette sul piatto un titolo che riesce a reggersi sulle sue gambe anche senza conoscere gli altri titoli nella serie, ma che ne trae vantaggio quando questi vengono presi come un prodotto unico. Un brillante esempio di narrativa a metà tra la fantascienza e il drammatico che non stonerebbe in una serie come Black Mirror, con cui incidentalmente quasi condivide la data d’uscita.
Altissima qualità narrativa
Gameplay espanso rispetto a To The Moon
Colonna sonora commovente e coinvolgente
Ottimo anche se giocato a sé stante
x Bassa longevità
x Parte centrale leggermente ripetitiva

due parole sull'autore
Giocatore con la G maiuscola dal 1987 e traduttore per passione e professione, è l'esperto ludico "classico" della redazione, che spazia dai videogame ai giochi da tavolo, spesso fondendo assieme le due cose. Fan Nintendo di vecchia data e nostalgico dell'era SNES vs Megadrive, nasconde sotto sotto un animo da PCista, specie considerando quelli che assembla per hobby.
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