Recensione
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Drawn to Death va praticamente a riportare in auge tutto quello che ha reso il primo Doom un fenomeno: ultra violenza, attitudine politicamente scorretta e tanta azione.

Uno dei temi portanti di questa ottava generazione videoludica è la riscoperta di generi e soluzioni che erano sparite dai radar. Dopo il ritorno in voga del platform a due (ma anche a tre) dimensioni il filone degli sparatutto Arena poteva essere da meno? David Jaffe e Drawn to Death pensano di no, e pad alla mano (lo anticipiamo per quelli che non hanno ancora preso il vizio di scorrere in fondo e guardare solo voto e pro/contro) dobbiamo dargli ragione. Pur con tutti i limiti del caso.

Confronti a generazione procedurale (che è un bel modo per dire alla c***o)
Drawn to Death ha carattere. Poi questo può piacere o meno

È praticamente da quando Drawn to Death è stato presentato in pompa (non poi così) magna che l’ultimo parto della mente di David Jaffe, evidentemente ancora non contento del suo contributo gore all’industria dovuto a Twisted Metal e God of War, che nelle chiacchiere tra appassionati impazza la gara a chi trova il metro di paragone più improbabile per il tutto. A vincere, a mani basse questa volta, sono stati tutti quelli che per qualche motivo hanno trovato dei punti di contatto tra Drawn to Death e Splatoon, fuorviati forse da un annuncio effettivamente ravvicinato all’uscita del titolo Nintendo. Dopo aver sviscerato Drawn to Death per un paio di settimane (a beneficio di tutti quelli che poi dicono che non si può giudicare un prodotto dal materiale promozionale) possiamo dire a ragion veduta che i due progetti non hanno praticamente nulla in comune, nemmeno la banale battutaccia sul fatto che in entrambi si spari agli avversari. Laddove Splatoon è un titolo che fa perno sul concetto di squadra e sulle manovre di gruppo, si lascia giocare in modo più ragionato e come detto mette in secondo piano il numero di kill che il giocatore porta a casa alla fine della partita, Drawn to Death va a declinare l’esperienza all’interno del filone degli shooter Arena inventato da id Sofwtare con Doom e (sopratutto) Quake.

Insomma, tutte le accuse di essere la risposta di Sony alla visione dello sparatutto proposta da Nintendo vengono rispedite al mittente. In modo decisamente volgare.

Non è un titolo per tutti i palati: le volgarità non mancano

Volgare perché David Jaffe ha senza ombra di dubbio forzato la mano, proponendo un prodotto decisamente anni ’90 dal punto di vista della mentalità (Doom sui PC di mezzo mondo, I Simpson alla TV e il politicamente scorretto sdoganato): Drawn to Death, proprio per questo, non ha tra il suo target di riferimento lo stereotipo della vecchia signora impellicciata, membro dell’alta società e con il numero dei MOIGE salvato tra le chiamate rapide del proprio cellulare. Si tratta di un prodotto grezzo, sempre pronto ad infrangere la quarta parete a colpi di insulti al giocatore ed allusioni sessuali più o meno (molto spesso, meno) velate. Ed il carattere della produzione, oltre che dal taglio grafico (che discuteremo più avanti, al solito) scaturisce proprio da questo atteggiamento immaturo e al di là di ogni redenzione. Tenetelo bene a mente, quando si tratterà di decidere se investire in Drawn to Death (non solo a livello monetario, visto che il titolo è stato comunque dato in comodato d’uso a tutti gli abbonati PlayStation Plus): il titolo di David Jaffe è ignorante sotto tantissimi punti di vista, e proprio per questo non si adatta al palato di tutti. Ma se non vi spaventano i retrogusti acidi, procedete pure tranquillamente.

Tipo le Pringles verdi
Matchmaking a tratti imbarazzante, senza girarci troppo attorno

Al netto delle volgarità, degli inviti a masturbarsi prima di entrare in partita e delle battute di dubbio gusto come il parallelo tra RPG (il lanciarazzi) e JRPG (un lanciarazzi a forma di SNES) Drawn to Death è un’oasi d’azione nel deserto panorama attuale dello sparatutto Arena, che dopo la rinascita di Doom e in attesa del ritorno di Quake ed Unreal non è esattamente il sottogenere più inflazionato del mercato. Un’oasi dove, intendiamoci subito, l’acqua non è cristallina e le cadute di stile (e non stiamo parlando delle parolacce) non mancano, ma comunque utile a fungere da punto di ristoro per tutti gli appassionati. Il colpevole principale però non porta il nome del demone delle microtransazioni, come si potrebbe pensare dando ascolto ai pregiudizi: in Drawn to Death si mette mano al portafogli essenzialmente per accorciare i tempi e sbloccare le armi che interessano senza dover accumulare chiavi di sangue partita dopo partita, con comunque la possibilità di provare tutto l’arsenale nell’apposito tutorial (o nella modalità libera) e tutti i personaggi a disposizione fin da subito. Chi vuole rimanere tra gli spettatori non paganti deve fare né più né meno quello che farebbe in uno sparatutto qualunque: giocare, per cui da questo punto di vista non si può avercela troppo con il titolo. La cosa davvero difficile da perdonare è piuttosto il matchmaking, capace davvero di distruggere quanto di buono fatto sotto gli altri aspetti del gioco. Non solo non è possibile decidere a priori che modalità andare a giocare (che vabbé, di fatto sono essenzialmente tutte varianti del deathmatch classico, quando non si tratta direttamente del deathmatch classico), ma i tempi d’attesa sono altalenanti e spesso e volentieri non rispettano – anche di molto – i tempi stimati in interfaccia per entrare in partita. Problematica non proprio incoraggiante, visto che si tratta di un’esperienza rivolta tutta all’online e che comunque sulla carta i giocatori potenziali non dovrebbero mancare, visto che Drawn to Death è stato protagonista indiscusso della Instant Game Collection di aprile.

drawn to death jrpg

Il gameplay, per quanto grezzo, funziona e diverte: puro Arena

Un peccato, perché comunque Drawn to Death ha senza dubbio una struttura ludica varia e divertente. Ogni personaggio dispone di due armi (più altre due, da intercambiare, che possono essere raccolte sulla mappa) e di due abilità uniche d’attacco e una di movimento che vanno a caratterizzarlo, riprendendo ovviamente lo stile ironico con cui è confezionato il resto dell’opera: Ninjaw, una squalessa in abiti succinti dalla foggia giapponese, può per esempio colpire ancorare (letteralmente, visto che utilizza un’ancora) i nemici rallentandone i movimenti e lanciare loro dei pescecani che infliggono danni, oltre a sfruttare il suo rampino per spostarsi velocemente di altura in altura o scalare le mappe a disposizione, che fanno ampio uso di verticalizzazione e passaggi segreti. Ma non meno divertenti (sia “su carta”, a livello di concetto, che da utilizzare sul campo) sono gli altri membri del cast, che giocano e dissacrano stereotipi passando da Cyborgula (un cyborg vampiro) a Diabla Tijuana, satanassa dal look chiaramente messicano. I contenuti, specie se si considera che comunque il tutto viene venduto a 19.99€, insomma non mancano, e anche se all’esordio il bilanciamento tra i vari pezzi sulla scacchiera sentiva il peso di qualche lacuna gli sviluppatori hanno (fino a questo momento, perlomeno) tenuto duro e continuato a lavorare sul pacchetto, sistemando e rifinendo il tutto.

Across the devil’s plain

E veniamo all’altro aspetto fortemente caratterizzante di Drawn to Death, che come intuibile dal nome è proprio il “tratto” con cui il tutto viene realizzato a schermo. Jaffe e i suoi hanno letteralmente animato degli scarabocchi, di quelli che chiunque di noi quando era uno studente svogliato ha creato sui propri quaderni: il risultato finale anche in questo caso è grezzo, assumendo peculiarità che possono piacere o meno a seconda dei gusti del giocatore. Indubbiamente però il tutto diventa una nota distintiva della produzione, pur offrendo il fianco quando si cerca chiarezza in quello che sta succedendo a schermo. Ad ogni modo, le prestazioni (anche aiutate dal dover disegnare elementi alla fin fine molto semplici) si assestano su un buon livello, e difficilmente la fluidità del tutto viene meno anche quando si spara all’impazzata col proprio JRPG riempiendo lo scenario di draghi e creature fantasy disegnate in tempo reale.

In conclusione...
7
“Lo Splatoon triste di Sony? Vabbè”
Con buona pace dei suoi detrattori per principio, Drawn to Death alla fine riesce a ritagliarsi una sua precisa identità a schermo. Poi che questa identità possa piacere o meno è fuori dubbio. Chi è in astinenza da Shooter Arena farebbe bene a concedergli una possibilità, per tutti gli altri invece vale quanto detto sopra: è un gioco molto spinto, volgare e che non si fa problemi a ricorrere ad espedienti di dubbio gusto pur di strappare un sorriso, ed il risultato a schermo è grezzo il più delle volte. Ma fa tutto parte del gioco e del DNA della produzione - sta a voi insomma decidere se essere dentro o fuori.
Umorismo non per tutti
Divertente ed adrenalinico
Prezzo budget
x Umorismo non per tutti
x A tratti grezzo
x Matchmaking traballante

due parole sull'autore
Laureato con disonore in Informatica e presunto webmaster del sito, tra una cosa e l'altra ha a che fare con la tecnologia praticamente da quando ne ha memoria. Potete leggere i suoi sproloqui in più o meno in qualunque articolo porti la sua firma o ascoltarli dalla sua viva voce premendo play su un episodio a caso di Gameromancer, il podast di I Love Videogames.
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