Speciale
di Stefano Calzati
il 16 marzo 2018, 09:15
in Speciali

“Basta un premio Oscar e la banalità va giù” – Mary Poppins

Confesso, io sono sempre stato decisamente distante dal personaggio di Lara Croft e in generale dal tombraiderismo che ha sdoganato parecchi videoludici tabù fin dal 1996. Lara è indubbiamente una vera icona del pantheon videoludico cui tutti siamo devoti, al pari di Mario, Pac-Man, la fu Testarossa di OutRun e i giochi pirotecnici di Fantavision (mmmh), però per un motivo o per un altro ho sempre avuto di meglio da fare che avventurarmi nelle claustrofobiche e ingegneristicamente impossibili tombe della saga Eidos-Core Design-Crystal Dynamics, pur seguendone le uscite sempre con molta curiosità, bramandole talvolta, e possedendo un Rise of the Tomb Raider che prima o poi mi degnerò di avviare, insieme a tutto il backlog che tramanderò ai posteri come fossero dei debiti. Mi sono anche ritrovato a percorrere vie parallele rispetto le prime digressioni cinematografiche (pur avendoli visti qua e la a spezzoni), non certo per colpa di Angelina Jolie, quanto sempre per i motivi di cui sopra. E poi, sinceramente, a me i tie-in fanno sempre rizzare i capelli, soprattutto nel passaggio da virtuale a reale. Quando però ad un prodotto così popolare, di intrattenimento puro e senza pretese artistiche, si avvicina un personaggio straordinario come Alicia Vikander, unito all’invito all’anteprima stampa, anche un “rimandatore” compulsivo come me finisce la scuse e cede alle lusinghe della signorina Croft. Colpo di fulmine o pietra tombale?

L’eroina che ti salva… Il film

Togliamoci il dente delle formalità. Questo Tomb Raider di Roar Uthaug (che sembra il nome di un personaggio da picchiaduro) è il reboot cinematografico basato sul reboot videoludico di cui prende in prestito un po’ di questo e un po’ di quello, tra cui il logo Square-Enix prima di alzare il sipario, una protagonista meno overpowered rispetto alle origini e decisamente più umana. Nella pratica abbiamo un papà scomparso misteriosamente, un’inquietante leggenda riguardante la regina Himiko di Yamatai, in Giappone, realmente esistita e un gruppo di “potenti che comandano il mondo” che, ovviamente, vogliono mettere le loro occulte e unte mani sui resti di quella che viene considerata una strega, capace di inoculare la morte al solo tocco, sepolta in una tomba-tempio-prigione apparentemente inaccessibile. Dal punto A della scomparsa di Lord Richard Croft, partito proprio per seguire le tracce di questa leggenda, al B del finale, 2 ore dopo, ci si arriva con un viaggio incredibilmente prevedibile benché adrenalinico, allietato però da una Lara Croft simpaticissima a pelle, vera, tridimensionale e non solo poligonale, con abiti aderenti alla bellezza acqua e sapone, semplice e ammaliante di un’Alicia Vikander anti-Angelina Jolie che convince dal primo all’ultimo minuto. Gioco, partita e incontro.

Il vero motivo per andare al cinema, facendo slalom tra i cliché e le “telefonate”, è assistere alla prova di una formidabile Alicia Vikander, una Lara Croft della porta accanto capace di creare un vero legame con lo spettatore.

Questa è proprio la differenza tra un qualsiasi action d’intrattenimento e questo Tomb Raider, ugualmente mediocre sul piano meramente cinematografico quanto impreziosito dall’oro zecchino di un Oscar per The Danish Girl, vero vanto della produzione. La Vikander, sempre divertente e divertita, è riuscita a regalare grande emotività al personaggio, gettata in un minestrone di situazione al limite del possibile solo per il gusto di vedere come ne esce. E ne esce sempre alla grande, sempre in piedi, tra doti atletiche invidiabili – con tanto di stunt senza controfigura -, un sorriso contagioso (quando non è tormentata da ricordi, ferite e combattimenti) e una spiccata intelligenza che sprizza dagli occhi bruni e profondissimi, sempre pronti alla battuta come ad accettare ogni sfida. Una Lara che rifiuta l’eredità del padre perché vorrebbe dire dichiararlo ufficialmente morto, che vive in un attico di Londra mantenendosi facendo il pony express in bicicletta, per una sorta di Deliveroo fittizio. Fantastico, come fantastica è la scena di inseguimento in bicicletta per le strade della City, una delle migliori per regia e intensità, dove la signorina Croft è la “volpe” in una caccia ciclistica che è ormai tradizione per tutti i delivery boy della capitale. Non so se questa cosa sia vera, ma non ci interessa, chiederò alla nostra coppia di redattori-fidanzati londinesi, Lupo-Povia.

Questa è la forza di un personaggio che parte dalla semplicità e dai ricordi per diventare quasi inconsapevolmente eroina. Perché poi il ritmo si alza, i villain compaiono come funghi dopo la pioggia, la qualità del copione cola a picco, con dialoghi sostituiti da mugugni e spari, e alla nostra Lara toccano i classici enigmi della tomba, decisamente in “easy mode”, bruttini, telefonati, finti e incredibilmente superficiali, pure immersi in atmosfere poco temibili direi. Decisamente più riuscita e memorabile quella che forse è la sequenza regina del film (a sua volta parte dei minuti più avventurosi e intensi), dove lei cade nelle rapide di un fiume con le mani legate, vicina all’immancabile cascata con arenato l’altrettanto immancabile relitto arrugginito di un aereo. Qui, tra il rischio tetano e la carena fatiscente che comincia a sgretolarsi, c’è davvero da rimanere col fiato corto. Situazioni più videoludiche che hollywoodiane che ammiccano agli appassionati borderline dei due media, riuscendo però ad emozionare solo nel 50% dei casi. Inutile girarci intorno, la vera attrazione, il vero motivo per cui andare al cinema, è assistete alla prova maiuscola della “nuova Ingrid Bergman“, come viene chiamata in patria, in un ruolo che la renderà ancora più pop e acclamata e che speriamo di vedere in un possibilissimo seguito. Glielo si vede negli occhi, nell’intensità fisica e nelle gestualità che le è piaciuto girare questo film, ed è una cosa che gratifica lo spettatore più di ogni altra cosa, lo si percepisce fin dalla prima scena, creando un legame di simpatia davvero intenso. In generale poi, tutto il cast si mantiene su un livello medio-alto, con la sempre grande Kristin Scott Thomas nei panni dell’assistente Ana Miller e il cameo di Nick Frost come proprietario di un banco dei pegni, fino al villain dall’interessante background Mathias Vogel, interpretato da Walter Goggins.

Un’icona che certamente non ha ancora raggiunto al cinema la sua riconosciuta qualità ludica, ma che da oggi si eleva ad un nuovo livello di carisma.

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due parole sull'autore
Un milanese col cuore sui colli piacentini, "romantico" del videogioco con una spiccata predilezione per tutto ciò che viene da Kyoto e dal passato. Se non lo beccate nel Regno dei Funghi, lo potete trovare su qualche pista virtuale a bordo di qualche bolide che non potrà mai permettersi, a causa della sua sindrome da shopping videoludico compulsivo. Appassionato tifoso dell'F.C. Internazionale, segue anche le imprese dei grandi del ciclismo. Nel tempo libero cerca qualcuno con cui confrontarsi sui film di David Lynch senza che egli muoia di noia.
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