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il 10 gennaio 2018, 08:36
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Escludendo la componente visiva di un 2017 al cardiopalma, cosa rimane? Cosa ricodano le vostre orecchie di uno degli anni più incredibili della storia videoludica?

Tra qualche anno, facendo retrogaming magari, ricorderemo una delle opere rilasciate nei 365 giorni appena trascorsi dicendo “hey, questo è un 2017, annata incredibile“, come si fa con un vino pregiato, uno di quelli da stappare per alzare i calici nelle occasioni più importanti della vita, quelle che rappresentano un punto di svolta. E questo 2017 è stato uno di quei momenti, l’ennesima svolta di un medium che non solo continua a crescere ma continua a differenziarsi per venire incontro ad ogni tipologia di giocatore. Ma oggi non siamo qui per celebrare il gameplay, gli incontri artistici tra media diversi o le innovazioni:

Oggi voglio farvi chiudere gli occhi e scavare nella vostra memoria uditiva

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Perché è stato si un anno dall’estetica quasi impareggiabile, ma compositori, sound designer e doppiatori hanno contributo a dare vita all’indimenticabile. Ogni opera ha i suoi suoni, la cui assenza riuscirebbe a far cadere nell’anonimato anche il più incredibile dei capolavori. Sarà un #Sounday a mosaico, dove le tessere sparse per la pagina saranno per lo più ricordi personali e aneddoti redazionali, con un pizzico di ricerca a tutto tondo per cercare di perdersi meno melodie possibili.

Mettere la puntina sul vinile, o il dito sul mouse, e lasciatevi trasportare come una nota nel vento.

Musica.

Il sound design di Breath of the Wild passa in secondo piano a torto

Di Breath of the Wild si è detto di tutto, tralasciando però spesso una delle sue più importanti caratteristiche, un sound design di livello artistico ed emotivo assoluto, di una delicatezza e discrezione senza pari, elegante come il frusciare dell’erba, accarezzata dal vento, sulla piana di Hyrule. Suoni della natura che si fondono con tenui note di piano che sembrano volteggiare nell’aria per arrivare alle orecchie di Link quasi per caso. Non c’è niente fuori dalle righe dello spartito, niente che rubi la scena, solo puro e precisissimo accompagnamento per ogni azione, evento, minaccia. Impossibile dimenticare il primo incontro con un Guardiano, ancora vestiti di stracci e armati di lame arrugginite. Il suo terrificante occhio mortale che ci osserva, qualche secondo per metterci a fuoco su crescenti e tensive note di piano disordinate, poi la fuga, i violini sincopati che sembrano simulare il respiro di Link e del giocatore, raggelati, in cerca di una via di fuga tra laser fiammeggianti e la grottesca, aracnica corsa del nostro inseguitore. Momenti che si stampano nei timpani del giocatore, così come i singhiozzi di una Zelda disperata, totalmente impotente davanti alla distruzione del proprio regno, cui si contrappongono i gridi di battaglia di un Link mai così guerriero, tenace, consapevole. Una consapevolezza che è tornata prepotentemente nelle menti dei vertici di Kyoto, cui la nuova console ha cambiato il destino con un clic, anzi, uno Switch.

L’asso nascosto del marketing Nintendo

Un jingle che ha accompagnato un po’ tutti quest’anno, vero simbolo uditivo della novità, quella elettrizzante di una nuova console sul mercato. Un mondo dietro a un semplice “clac”, quasi il rumore di una serratura che scatta e apre le sue porte non solo alla nuova Hyrule, ma ad un turbino di suoni gioiosi, dallo “splat” dell’inchiostro Inkling sulle superfici delle arene adibite allo sport più in voga tra i molluschi, fino allo stridere di gomme delle infinite derapate di Mario Kart 8 Deluxe, capaci di caricare il turbo di questi piccoli bolidi pronto ad esplodere in lingue fiammeggianti dalle marmitte, una goduria di cui i veri petrolhead vorranno godere nella sezione replay, rallentando al massimo e godendosi lo scoppio del ritorno di fiamma sfruttando tutti i 60fps del motore (grafico). Dettagli da feticisti del sonoro, fondamentali per esaltare il divertimento del gameplay. Una corsa infinita che riparte in loop, scandita dal countdown sonoro del semaforo di Lakitu, mentre la festa continua tutta la notte a New Donk City, dove Pauline smette i panni di sindaco per darsi al jazz. Una voce celestiale, potente, che a metà Odissea mariesca celebra le gesta di un ex-idraulico che fa il funambolo tra passato e presente, non dimenticando mai il main theme del sacro livello 1-1 ma guardando avanti verso nuove vette, anche sonore. “Jump Up, Super Star” è il manifesto del nuovo corso Nintendo, che vuole risucchiarci nel suo never-ending festival, un carnevale di Rio formato videoludico.

Hellblade: sonoro al servizio del giocato, come (e meglio) che in DmC Devil May Cry

Mentre in un mondo parallelo la festa sembra non finire mai, la battaglia infuria su una Terra conquistata da animali robotici che hanno spinto la civiltà indietro nel tempo, in un revival tribale che sembrava ormai far parte solo dei testi scolastici e dei documentari. Horizon Zero Dawn e la sua fauna artificiale, rabbiosa, implacabile. Il rumore del metallo, delle frecce che bucano le placche di cui il loro corpo è rivestito, esseri preistorici arrivati direttamente dal futuro, pronti a sputarci addosso le loro urla sintetizzate, ruggiti di un padrone che si sente minacciato dopo aver usurpato i domini umani. Suoni crudi, stridenti, un groviglio di lamiere ed esplosioni che sembra quasi provenire dalla strada. Ci sono poi voci che vivono solo nella nostra testa, rumori che non riusciamo a fermare, a far tacere, come la paranoia, la schizofrenia di un personaggio che si sente in dovere di compiere un viaggio esistenziale, fondamentale. La mente della Senua in Hellblade ci parla costantemente, ci confonde. Udito nemico e amico, capace da solo, nell’oscurità, di condurci ad una via d’uscita, tanto psicologica quanto fisica, esempio di sound design davvero al servizio del gameplay, senza essere un pacchiano orpello ma diventando il punto-luce di un’intera opera.

l’aplomb occidentale del nipponico Gran Turismo e l’ignoranza far east di WipEout

Il 2017 è stato anche l’anno dei motori oltre le caricature di Mario Kart, è stato l’anno dello stridio degli pneumatici, della ghiaia che sbatte sul pianale, dei v8 su di giri, Dirt 4, Project Cars 2, Forza Motorsport 7 ma soprattutto, per importanza ed effetto nostalgia, Gran Turismo Sport e Wipeout Omega Collection, due titoli in cui non solo le sonorità ambientali sono appaganti ma le cui colonne sonore abbattono ogni barriera tra competizione e musica. Gran Turismo con la sua innata classe, la bossa nova dei suoi menu, vestiti in scintillanti smoking, la suadente voce di una cantante brasiliana, malinconica e dolcissima che ci accompagnerà fino ai box, fino all’accensione dei motori, dandosi il cambio con il sempreverde Daiki Kasho, habitué del gala Polyphony che non rinnega mai le sue origini giapponesi, impreziosendo le gare con un j-pop esotico, tendendo poi verso lidi sonori che chiamano in causa anche gli A Tribe Called Quest, con una Dis Generation estratta proprio dall’ultimo album dello storico gruppo hip-hop. E poi signori, si vola nel futuro a 120bpm, ascoltando droga sintetica che ci ricoda come suonanvano i club dei primi anni 2000.

recensione
WipEout Omega Collection
WipEout Omega Collection è semplicemente il gioco di corse che stavate aspettando, non c’è altro da aggiungere. Ma ovviamente lo faremo lo stesso. Il brand PlayStation, specie negli ultimi anni, si è contraddistinto per la capacità di riuscire a lan...

Piloti di mezzi antigravitazionali dai gusti nostalgici, i reattori che rombano sommessamente mentre l’aria si fende, nell’abitacolo Prodigy, Chemical Brothers, Swedish House Mafia e tutto un alveare di sonorità house, dub, elettroniche, techno, assolutamente illegali per quanto mandano su di giri il giocatore, già esaltato da un gameplay che libera endorfine dalla loro prigionia, con una Let The Beat Control Your Body di Brodinski vero e proprio main theme personale della mia velocissima e anti-fisica carriera.

Se dovessi dare una palma d’oro al comparto sonoro però, la darei a mani basse all’opera di StudioMDHR, quel Cuphead che ci ha fatto sognare ad occhi aperti e deliziato le nostre orecchie con un jazz favoloso, vero pezzo d’antiquariato musicale, restaurato dal grande Kristofer Maddigan. Ne ho già parlato in un #Sounday dedicato, scritto senza neanche aver prima giocato, tanto ero stato conquistato dalla qualità di un lavoro maniacale che sembrava registrato direttamente negli anni ’30. Uno swing così è impossibile trovarlo oggi, a meno di fare archeologia musicale su Spotify e andare a ripesacare nomi mitologici accompagnati dalle loro big band. In questa cornice diabolicamente disneyana si possono udire reminiscenze di John Coltrane, Duke Ellington, Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald, lasciandoci sospesi in un limbo paradisiaco tra il primo Mickey Mouse (Mickey Cohen) e il Cotton Club.

I pensieri, andando verso la fine dell’articolo si fanno sempre più disordinati, nonostante l’anticoagulante per sinapsi suonato dagli Zero 7 e assunto per via auricolare.

E allora via in ordine sparso ai ringraziamenti a cuore aperto:

Potevamo non barare, almeno alla fine?

Verso le aliene melodie di Metroid: Samus Returns, che risuonano claustrofobiche ed echeggianti negli angusti anfratti del pianeta RS-388, epiche, sontuose, religiose come i canti che rimbalzano nelle sale del Praetorium dell’Indol in Xenoblade Chronicles 2, perla di una soundtrack titanica, con vette sinfonico-futuristiche da brividi. Abbiamo anche ascoltato un album creato ad hoc dal fenomenale DJ Kid Koala, spesso dietro le quinte nei lavori di band fenomenali come Gorillaz e Deltron 3030, capace di dare vita ai b-boy disegnati da JonJon per Floor Kids, una vera perla giocare e rigiocare anche solo per godere di ritmi clamorosi. Voglio anche barare un po’, dicendo che nei primi mesi del 2017 ho recuperato The Witcher III, trovandomi ad ascoltare non soltanto un comparto musicale ed effettistico incredibile, ma soprattutto le più belle conversazioni mai udite in un videogioco, linfa vitale infusa alle pagine dell’epopea di Sapkowski, resuscitate in una sceneggiatura che andrebbe presa ad esempio da chiunque voglia dare un taglio cinematografico/letterario alla sua opera.

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Per salutarvi e rinnovare l’appuntamento sulla pagina Facebook, rigorosamente ogni domenica, e prossimamente con un #Sounday dedicato a – non lo so neanche io – vi voglio proporre la traccia singola che più di tutte mi ha colpito ed emozionato, sia per il ritorno di un personaggio come Kate Walker, sia per la qualità di un pezzo da conservare come un diamante (anche quello di Zucchero, volendo) nella vostra playlist. Inon Zur in Syberia 3.

 

Ora potete togliere le cuffie.

 



due parole sull'autore
Un milanese col cuore sui colli piacentini, "romantico" del videogioco con una spiccata predilezione per tutto ciò che viene da Kyoto e dal passato. Se non lo beccate nel Regno dei Funghi, lo potete trovare su qualche pista virtuale a bordo di qualche bolide che non potrà mai permettersi, a causa della sua sindrome da shopping videoludico compulsivo. Appassionato tifoso dell'F.C. Internazionale, segue anche le imprese dei grandi del ciclismo. Nel tempo libero cerca qualcuno con cui confrontarsi sui film di David Lynch senza che egli muoia di noia.
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