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il 13 dicembre 2017, 07:03
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Abbiamo passato un paio di settimane in compagna del Play13 di LapToPlay. Perché così tanto tempo? Facile: perché abbiamo provato a fare cose che voi umani non potete immaginare…

Chi vi scrive ci ha pensato un po’, arrivato – alla fine – al momento di dover aprire Word e iniziare a scrivere questo articolo. Ci ha pensato perché sarebbe stato troppo facile scrivere una pseudo-recensione “istituzionale” su un prodotto del genere, limitarsi ad utilizzarlo solo per il suo scopo primario (che palle, la mancanza di fantasia) e tanti saluti. Però ad un certo punto si è detto che, diamine, se i ragazzi di Laptoplay hanno contattato proprio noi è giusto che ne paghino le conseguenze fino in fondo.

In questi ultimi 15 giorni abbiamo cazzeggiato in compagnia di Play13 facendoci girare su un po’ di tutto, da MAME fino a Cuphead.

Qui di seguito trovate qualcosa di simile ad un “diario di bordo” di questo viaggio, con a margine (se cercate bene) anche qualche informazione. Con la consapevolezza però che quelle sono ben riassunte nel comunicato stampa che Laptoplay ci ha girato, e che qui si parla sopratutto dell’esperienza – della nostra esperienza, di appassionati non tanto normali – dietro Play13.

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Nota: vi ricordiamo che fino al 25 dicembre potete acquistare i prodotti della linea Laptoplay approfittando di uno scontone del 15% tramite il codice ILOVEVG15. Prendete e retro-giocatene tutti!

 

Non si poteva che iniziare dalla Sala Giochi. Ma come?

La fase uno, doverosamente, è quella principale: i prodotti della linea Laptoplay nascono con l’intenzione di ridare nuova vita ad un vecchio portatile e di trasformarlo, senza troppi sbattimenti, in un cabinato da sala giochi. La confezione infatti include essenzialmente l’esoscheletro arcade da far indossare alla macchina che andrà immolata per la causa e poco altro (un panno per tenere pulito lo schermo e un QR Code che rimanda ad una guida, solo per Mac, ai software più indicati per l’emulazione). Il resto sta a noi, e da questo punto di vista quindi ci si può davvero sbizzarrire con le soluzioni. Tenere su Windows – diciamoci la verità, se vi avanza un vecchio portatile è molto probabile che ci sia su Windows – e partire da quello, cercare qualche distro Linux e smanettare su quella oppure preparare una chiavetta USB da cui fare il boot. È un approccio che nel complesso c’è piaciuto, e che probabilmente dipende anche da ragionamenti fatti da LapToPlay dal punto di vista legale e di filosofia dietro al progetto. Il nostro unico appunto è che per rendere l’esperienza un po’ più fruibile ai non tecnici sarebbe stato bello trovare sul sito ufficiale del progetto anche delle mini-guide dedicate quantomeno a Windows, oltre a quelle per OSX, anche se c’è da dire che il target di riferimento dovrebbe essere formato al 90% da utenti che non hanno paura di arrabattarsi alla ricerca di soluzioni (diciamo che MAME non è il sistema più User Friendly del mondo).

 

Detto questo, prima di avventurarci in quello che abbiam fatto noi – spoiler: un po’ e un po’, stile Guardiani della Galassia – a questo punto ci si aspetta che istituzionalmente venga affrontata la questione legale di cui sopra. Che il retrogaming si muova all’interno di una zona grigia e che non dovreste far partire “copie di backup” per software che non avete regolarmente acquistato dovrebbe però già essere storia nota, per cui è inutile ribadirlo ed è altrettanto inutile farvi la morale da questo punto di vista. Passiamo alle cose che davvero vi interessano e facciamo conto di aver fatto quello che si presume sia il nostro dovere.

 

Uno dei primi test fatti da questo punto di vista è stato provare a creare una chiavetta per il boot di Lakka, una distro di Linux che fondamentalmente fa girare all’avvio l’interfaccia di RetroArch. Per chi non sapesse di cosa stiam parlando, fate conto che all’avvio vi si presenti sotto agli occhi una dashboard stile XcrossMediaBar (l’interfaccia di PS3 e PSP, per capirci) dedicata al retrogaming. Non c’è la shell tanto cara agli smanettoni, ma il tutto è abbastanza orientato al Plug & Play: basta preparare la chiavetta seguendo l’apposita guida, abilitare dalle impostazioni la condivisione SMB e poi è fatta, si copiano i giochi nella cartella Roms e si è pronti a giocare. Laptoplay viene riconosciuto facilmente da Lakka e, a seconda del modello che state utilizzando, potete configurare i tasti a disposizione come vi aggrada. In questo caso non si “suda”, diciamo (battutaccia a sfondo informatico che capiranno in 3).

E logicamente anche MAME funziona alla grande con la periferica, facendo esattamente quello che prometteva. Il portatile utilizzato diventa davvero quanto di più simile ad un cabinato da sala giochi sia mai comparso in casa vostra, la configurazione proposta di default è abbastanza buona e l’unica cosa che, di tanto in tanto, capita di dover settare è il tasto start dei due giocatori.

 

Ok, ma l’esperienza?

 

Avevamo già giocato qualche titolo arcade – per quanto su SNES – durante la prova in diretta con Play13. Dopo aver configurato e testato anche MAME non possiamo che ribadire quanto già detto: il prodotto funziona alla grande, restituisce un feeling davvero da sala e la qualità costruttiva è solida. Mettete in conto il fatto che davanti ad un cabinato, in multiplayer, si crei un po’ di bagarre – vuoi perché è cosa buona e giusta infastidire il player 2, vuoi perché molto banalmente ci si fa prendere dall’agonismo e si smanaccia con levette e pulsanti con una certa foga.

Play13 ha superato il “test Iacullo”, non solo non rompendosi ma non spostandosi e rimanendo in posizione per tutte le nostre partite.

Va anche molto meglio di quanto avremmo pensato sul fronte picchiaduro, visto che per quanto manchino fisicamente due tasti per giocatore per arrivare al layout “ufficiale” per Street Fighter, di sono diversi titoli del genere pensati per una pulsantiera di 4 tasti come quella proposta da Play13. Dragon Ball Z 2: Super Battle ci ha fatto riscoprire una piccola perla, nonostante il roster non sia nulla di eccezionale guardando all’offerta più recente della serie e i personaggi, di fatto, utilizzino le stesse combinazioni per eseguire le loro tecniche. Se anche voi avete il dubbio feticcio dei tie-in videoludici firmati Akira Toriyama, è una tappa obbligata e sorprendentemente divertente da giocare.

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MAME a parte, si comportano alla grande anche gli emulatori per tutte le macchine fino al già citato Super Nintendo – siamo riusciti a giocare alle conversioni di Wolfenstein 3D e Doom per la macchina senza problemi di sorta, se non i limiti imposti dalla conversione stessa. Il modo più immediato per giocare con Laptoplay forse è proprio questo, tirare giù qualche emulatore per console a 8 e 16 bit e far partire qualche vecchia gloria. Anche se si tratta di prodotti non pensati per la levetta da sala giochi, i due citati (ma anche uno dei tantissimi platform a disposizione, dall’eleganza dei Super Mario ai più grezzi e frenetici Sonic the Hedgehog) si lasciano giocare in questa veste ai confini della normalità alla grandissima, costruendo sopra esperienze conosciute a menadito un feeling vecchio e nuovo che impreziosisce l’esperienza. Qualche settimana fa dicevamo che se non hai giocato una mappa di Doom in VR, non sei veramente stato lì. Con LapToPlay vale un discorso simile, per quanto diverso: giocare al figlio di Romero e Carmack attraverso un cabinato non è totalizzante come essere catapultati in quel mondo, ma madonna se Doom si presta ad essere vissuto così (anche meglio che con i comandi originali!).

 

Ok, la roba vintage funziona alla grande. Ma fin qui era facile.

Vediamo come se la cava Play13 con dei titoli più moderni.

 

Ora, non è un mistero che l’autore di questo articolo non sia un PC Master Race convinto, visto che videoludicamente è abbastanza pigro da preferire l’esperienza su console. La cosa però ha avuto l’utile effetto collaterale di raccogliere sul proprio account Steam una serie di titoli non particolarmente esosi (“roba indie in pixel grafica” sarebbe l’etichetta adatta) che potenzialmente rientra nello spettro di Laptoplay – che lo abbiamo detto, presuppone un portatile magari un po’ obsoleto, non un mostro di potenza. Risultato finale: avviata qualche vecchia conoscenza (in qualche caso, anche qualcuna recensita su queste pagine tipo Luftrausers) abbiamo notato che finché il titolo in questione riconosce anche controller diversi da quelli Xbox – supporta DirectInput, oltre al famigerato XInput – le cose funzionano tranquillamente. Quando non è così… Beh, il caro vecchio Xpadder fa quadrare i conti.

Per chi non conoscesse il software, si tratta fondamentalmente di un programma che permette di associare a tasti e combinazioni di questi su un controller, input che di solito si danno al PC usando mouse e/o tastiera. Nella pratica basta per aggirare il problema e a riuscire a giocare anche a titoli che i ragazzi di Laptoplay non avevano preso in considerazione.

Ma anche a Cuphead?

Con qualche smadonnamento di troppo, si, anche a Cuphead. Il titolo di Studio MDHR concettualmente si presta bene ad essere giocato con Play13, perché i tasti a disposizione sono sufficienti, è presente una modalità multiplayer e per quanto la veste grafica sia più “moderna” della pixel art tipica da sala – ironico, parlare in questi termini di un titolo che fa il verso all’animazione Disney della prima ora – la filosofia dietro al prodotto è vecchia scuola in modo sfacciato. E infatti una volta configurato il tutto l’esperienza scorre e regala tante soddisfazioni, tant’è che l’autore non si è stupito di trovare in rete diverse testimonianze di gente che si è costruita un cabinato per farci girare Cuphead. Il problema è che il gioco semplicemente non riconosce al meglio i due stick di Laptoplay, interpretando correttamente solo destra e su. Ma Xpadder, come detto, risolve il problema aggirando l’ostacolo: si finge che lo stick siano le frecce della tastiera e a posto così.

 


Elegante, per tempi più civilizzati

Questo è quanto, per quanto riguarda la linea Laptoplay. Prodotti che – bisgona essere onesti – hanno un prezzo non accessibilissimo, ma che rientrano di prepotenza in quella lista di “sfizi videoludici” che se c’è occasione è il caso di togliersi. Il design dell’oggetto è sobrio ed elegante, senza grafiche troppo colorate o troppo giapponesisenza tamarrate, ecco –, cosa che permette di posizionarlo senza problemi dove si preferisce. Entra a pieno diritto a far parte dell’arredamento di casa, arricchendo senza la prepotenza soverchiante che altre soluzioni, home made o meno, presentano. E parlando di home made non manca un certo tocco di calore, grazie alle viti e ai circuiti integrati a vista, che si sposano con quello che concettualmente Laptoplay vuole essere. Il tutto come detto avvolto in una qualità costruttiva solida e a prova di tizi che litigano davanti al cabinet. E alla fine lo abbiamo potuto testare con mano, un po’ per merito dei produttori e un po’ perché la community in questo senso non è ferma agli anni 2000, il retrogaming in questo modo è davvero Plug & Play. E sicuramente anche su Steam trovate centinaia di prodotti che si lasciano giocare tranquillamente in questo modo, usciti da qualche Humble Bundle o comprati d’impulso durante i saldi. Anche perché la tendenza di quest’anno è andare a riproporre titoli di quella parrocchia sui sistemi più moderni, cosa che fa sicuramente gioco a LapToPlay se si considera che in questa generazione Steam e il PC Gaming sono diventati fenomeni che gli sviluppatori non possono più ignorare. Siamo sicuri che un Sonic Mania, ma anche uno Yooka-Laylee, giocati con un prodotto della linea potrebbero davvero dire la loro.



due parole sull'autore
Laureato con disonore in Informatica e presunto webmaster del sito, tra una cosa e l'altra ha a che fare con la tecnologia praticamente da quando ne ha memoria. Potete leggere i suoi sproloqui in più o meno in qualunque articolo porti la sua firma o ascoltarli dalla sua viva voce premendo play su un episodio a caso di Gameromancer, il podast di I Love Videogames.
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