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il 8 ottobre 2017, 11:21
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Di Cuphead ne hanno parlato tutti e tutti continuano a parlarne e a giocarci, districandosi tra un livello di difficoltà arcigno ammorbidito da uno stile grafico incredibile, impagabile, emozionante. La Disney degli anni ’30 rivive in quest’opera, ma ora chiudete per un attimo i vostri viziatissimi occhi; è ora di ascoltare.

L’articolo che vi state apprestando a leggere è stato scritto dalla virtuale penna di uno che ha comprato il titolo su Xbox One ma che, per uno motivo o per l’altro, ha giocato solo un’oretta per poi buttarsi a capofitto nell’ascolto delle 50 e più tracce del vinile digitale composto da Kristofer Maddigan e la sua big band, acquistabile al ridicolo (per la qualità) prezzo di 9,99€ su Steam, seguendo la musica proveniente da questo link. L’impressionante lavoro di composizione e studio del jazz anni ’30, riproposto a quasi 100 anni di distanza, rischia però di essere ovattato dalle imprecazioni costrette ad uscire dalla nostra bocca dall’impianto ludico e, soprattutto, dalla meraviglia di una realizzazione tecnica che rappresenta il sogno di un qualsiasi bambino svezzato dalla Disney, quello di interagire e giocare con un cartone animato. Liberarsi da questo splendore videoludico ed immergercisi solo con le orecchie equivale a fare un viaggio totalmente diverso da quello sospeso tra fiaba e grottesco dei simpatici Cuphead e Mugman. Un viaggio nelle sonorità della New York anni ’20 e ’30, culla del jazz, dello swing e del Charleston, dove il Cotton Club, tra razzismo e arte diffondeva le proprie melodie (soprattutto di artisti “black”, come Duke Ellington e Louis Armstrong, in linea con le classiche contraddizioni a stelle e strisce) nel cielo stellato all’ombra dell’Empire State Building, per influenzare la pop music statunitense e mondiale. Un genere estroso declinato in mille variabili, dalle più festaiole fino all’introspezione delle canzoni più blues, maliconiche e suadenti.

Mettetevi comodi, un paio di cuffie sulle orecchie e tanta voglia di rilassarvi e abbandonarvi a questo racconto in 4/4.

un varco spazio-temporale di sonorità fortissime

Quest’opera è un varco spaziotemporale di sonorità fortissime, che rende gloria al pioniere Benny Goodman e al suo clarinetto, con una Sing, Sing, Sing riverita e reinterpretata in questa incredibile traccia introduttiva, sulle immagini di una grottesca partita a dadi col diavolo in persona. Non è un’ordinata orchestra ma un’orgia musicale in cui trombe, tromboni, grancasse e bassi fanno l’amore, improvvisando come una big band davanti agli avventori del club, luogo in cui ci si nascondeva dall’ombra del proibizionismo per lasciarsi cadere nelle braccia del diavolo, o dell’alcool che dir si voglia, cullati ed esaltati da un ritmo indemoniato, tra cirri di fumo passivo e chiacchiere colte di uomini e donne per cui la Grande Depressione erano solo due parole. L’amore per un’epoca lontanissima, tanto nei costumi quanto nella musica, che a questi livelli resiste e viene ricordata solo in certi locali (il Blue Note di Milano ad esempio), baluardi della cultura jazz che comunque si è naturalmente evoluta rispetto ai suoi anni ruggenti. Ruggenti come la jazz samba.

fusione di culture che mai come negli anni ’30 cominciavano ad entrare in contatto

Furia floreale tra pianoforte e Bossa Nova, altro esempio di una cultura musicale e di una ricerca non fossilizzata sui grandi classici ma anche curiosa verso melodie più ballabili, fusioni di culture che mai come negli anni ’30 cominciavano ad entrare in contatto, soprattutto in ambito artistico e cinematografico, cominciando a scardinare i preconcetti di una società ancora classista e divisa per ceto e colore della pelle. Questa traccia è sempre più eccezionale ad ogni ascolto, travolgente nel suo fascino carioca e perfetta nella sua esecuzione che richiama alla mente Flying Down to Rio con Fred Astaire e Ginger Roger, portando alla mente immagini di balli di gruppo tra lo sfarzo e l’eleganza della moda dell’epoca, immaginando una donna solitaria e bellissima che cerca conforto in questa momentanea allegria, capelli biondi raccolti da una brillante tiara. Ritmo simbolo del lato più festaiolo, divertente e colorato di un titolo dipinto a tinte pastello che fa del carisma straripante il suo cardine. Un carattere talmente forte da non farlo sembrare neanche per un istante il tributo che è, ma che riesce nella mente dei fortunati fruitori ad affiancarsi e mescolarsi con quei cartoon, quella cultura dell’animazione, quasi che fosse semplicemente una riproposizione.

Non serve nient’altro, solo poche note

Allegria che sfocia nel grottesco e nel noir, nell’orrore celato dietro ad un tratto a matita e colori fiabeschi. L’ansia e l’attesa di chi ha appena venduto l’anima al Diavolo per una partita a dadi, nell’inferno dell’isola di Inkwell; un’attesa su note di un piano solista che rimanda a Duke Ellington (ed esiste una versione altrettanto meravigliosa con protagonisti strumenti a fiato) e a tutto quell’immaginario fosco di detective privati e gangster, sigarette e contrabbando che ha in Chinatown di Polanski la sua più grande messinscena. Storie torbide, d’amore e piombo, raccontate sfiorando i tasti bianchi e neri dello strumento più nobile. Non serve nient’altro, solo poche note e il nostro bagaglio di ricordi plasmati da Hollywood e documentari ci fa sentire circondati da una luce soffusa ed emozioni blu come l’oceano, o forse come la collana di zaffiri di quell’elegante donna che lascia la festa, mentre dietro di lei la porta che si chiude pone fine ad una Bossa Nova che non è riuscita a rasserenare il suo animo.

Un copione musicale che si chiude come un cerchio perfetto

Mr. King Dice, braccio destro del Diavolo in persona, con voce roca e profonda filtrata dal grammofono ci impone di rispettare i patti, prendere tutti i contratti di chi deve l’anima al proprio datore di lavoro e tornare, forse allora ci permetterà un nuovo faccia a faccia con chi ci ha condannati. Una voce affascinante e altisonante impreziosita dal coro degli sgherri, la scena di un musical animato che ci spiega in modo minaccioso che no, non abbiamo ancora rispettato i patti. Una soluzione stilistico-musicale che affonda le sue radici proprio nell’animazione sempre a metà tra film e musical che caratterizzava e caratterizza tutt’ora le opere di Walt e soci. Un copione musicale che si chiude come un cerchio perfetto tornando alla prima traccia, quell’ammonimento inascoltato, “Don’t deal with the Devil“, che narra la storia del dinamico duo esattamente come nei titoli di testa di un lungometraggio. Una performance corale a cappella incredibile nel suo anacronismo, dove la voce diventa strumento assoluto e completo. Se scendere a patti con Lucifero ci ha permesso di ascoltare questa colonna sonora, forse dovremmo rivalutare le sue tentazioni e abbandonarci all’ennesima partita a dadi con la nostra anima. Un’opera nell’opera da godere anche (e soprattutto) distaccata dalla portata principale, come solo i grandi accompagnamenti musicali sanno essere. #Sounday



due parole sull'autore
Un milanese col cuore sui colli piacentini, "romantico" del videogioco con una spiccata predilezione per tutto ciò che viene da Kyoto e dal passato. Se non lo beccate nel Regno dei Funghi, lo potete trovare su qualche pista virtuale a bordo di qualche bolide che non potrà mai permettersi, a causa della sua sindrome da shopping videoludico compulsivo. Appassionato tifoso dell'F.C. Internazionale, segue anche le imprese dei grandi del ciclismo. Nel tempo libero cerca qualcuno con cui confrontarsi sui film di David Lynch senza che egli muoia di noia.
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